White cube. Pareti spogliate di qualsiasi funzione pragmatica, sublimate a paradigmi della manifestazione artistica. Pannelli di cartongesso disgregati sul pavimento con accanto bagnati teli di nylon. L’installazione X3 di Davide Skerlj (Trieste, 1963) è un’indagine sullo spazio che accantona le tradizionali esposizioni funzionali alle pareti. La sua opera non porta l’arte a rivelarsi all’esterno, nelle piazze o nelle strade, ma è un intervento che agisce direttamente sul luogo depositario della veicolazione dell’opera: la galleria.
L’installazione è anticipata all’ingresso da un calco in silicone di un volto presentato in forma di frammento, riempito di candido cotone e appeso alla parete bianca. Il calco sembra voler sollecitare l’invito a metter da parte la figurazione per abbracciare il concetto che fa della parete non un supporto funzionale all’arte, ma un elemento generante il fenomeno artistico, in linea con l’assunto derridiano per cui il quadro è un’opera d’arte anche perché appesa alle pareti e incorniciata. Dove pareti e cornici sono momenti dell’arte tanto quanto presente sulla tela.
Le pareti bianche dell’edificio sono evoluzione stessa dell’opera. Come un cubo meta-fisico integrano l’intervento dell’autore chiudendosi allo spazio esterno, ma metaforicamente svolgendosi nell’infinito del concetto. Il bianco neutralizza l’attesa spaziale e si avvicina al fulgore della rivelazione platonica dell’idea come apparizione di pura luce. Sul pavimento stazionano due bande limitrofe di opposti materiali e di opposte concezioni: una fascia di frammenti di cartongesso bianco, con la sua pesantezza rigida e terremotata, è in equilibrio con la leggerezza di una fascia di nylon su cui quotidianamente dell’acqua vive il proprio ciclo di evaporazione. Il pieno pesante e ingombrante della frammentata materia immobile –il cartongesso– risponde alla metamorfosi continua del liquido che, con invisibile moto ascensionale, si diffonde sotto nuova forma per raggiungere il soffitto e disperdersi nello spazio bianco.
Astratta e quasi giocata su queste sintetiche componenti (dinamiche più nella mente che nel tempo), l’installazione vive di un movimento eterno e assoluto nei due cavi fissati nella parte a sinistra della galleria, percorsi dal perpetuo moto ideale di due linee parallele che si rincorrono senza mai toccarsi. La forza che sprigionano rifluisce all’interno della galleria, fora le pareti e si dispiega all’infinito.
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Due chiacchiere con l’artista
emanuela pezzetta
mostra visitata il 24 giugno 2006
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