Agli albori della fotografia i primi sperimentatori della camera obscura erano costretti a lottare con emulsioni fotosensibili difficilmente trattabili e scarsamente stabili. La caparbia volontà e l’esperienza personale erano l’unico modo per avere ragione della bizzosa e spesso indomabile chimica degli elementi, e la sperimentazione era in qualche modo il necessario modus operandi. Ritroviamo questo approccio artigianale e sperimentatore nelle immagini di Sergio Scabar (Ronchi dei Legionari, 1946), che realizza esemplari intimi di piccolo formato (“non mi piacciono le foto-manifesto”), veri e propri pezzi unici, ispirati dalla poetica metafisica di raccontare gli spazi in cui la luce abdica all’afasia del nero.
I soggetti privilegiati sono bottiglie, ciotole e stoviglie, uova, vecchi libri (sia di letteratura, come una versione spagnola della Montagna incantata, o antichi manuali di fotografia carichi di suggestione), stampati su carta baritata ai sali d’argento dopo lunghe esposizioni ed un uso personalissimo degli acidi di stampa, con un processo che egli stesso ama definire “alchemico”. Procedimento caratterizzato da un lato dal piacere artigianale della sperimentazione, dall’altro dal bisogno di indagare situazione estreme, in cui l’incertezza e la labilità dei risultati (con numerose prove e tentativi alle spalle) sono l’unico modo per esprimere il proprio bagaglio emotivo. Il risultato è quello di una stampa unica (e quindi priva dei requisiti di riproducibilità della tiratura) con tonalità morbidissime, giocate tra il grigio scuro ed il nero e piccoli tratti di bianchi.
Una stampa che richiede tempo per essere letta e decifrata, sia per le dimensioni raccolte che concentrano lo sguardo su una trama addensata di segni, sia per ridotta e compressa scala cromatica cui l’occhi deve lentamente adattarsi. E le foto sono montate in apposite cornici nere che Scabar stesso realizza, simili a cassettine a edicola, che danno talvolta l’impressione di continuità tonale rispetto l’immagine ma al contempo la isolano dai muri come ritagli di luce di un tempo perduto.
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daniele capra
mostra visitata il 22 giugno 2005
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