Sulle lucide superfici delle stampe fotografiche, tra colori intensi e brillanti, scene di ordinaria vita quotidiana — le sedie di un bar, ruote e fari di motociclette parcheggiate, foglie e rami d’albero — si stravolgono con l’ausilio del computer e l’apporto di simboli misteriosi e arcaici, trasformandosi in luoghi evanescenti ed eterei.
Giocando con le luci e la forte intensità dei colori, l’artista sembra raccontare dei sogni, delle visioni interiori, in cui è percepibile una forte componente spirituale e fantastica.
La Calderini pare usare il mezzo dell’elaborazione fotografica in maniera moderna e un po’ spregiudicata, ma in fondo non fa altro che mettere in atto la più tradizionale delle componenti del discorso artistico, quella comunicativa, come a sopperire al rarefarsi di questa pratica, a livello personale, dovuta proprio al dilagare di mezzi tecnologici super efficienti.
Certo non è semplicissimo cogliere gli aspetti introspettivi del lavoro dell’artista — per fortuna essi non sono così palesi da risultare lampanti — ma ciò lascia una certa libertà interpretativa all’osservatore. E anche da quest’ultimo, dalla sua ricettività e dalla sua voglia di farsi parte del gioco, dipende il buon esito di questa comunicazione tramite immagine.
Raccontare un sogno, una visione interiore, è pratica ardua anche per il più avvezzo dei narratori.
Bruno Panebarco
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