Negli anni Cinquanta, l’astrattismo americano ipotizzò una pittura legata al proprio ambiente e alla propria nazione. In questo senso, veniva accentuata una differenza tra arte americana e arte europea. Tutto ciò oggi viene posto in discussione da numerosi artisti, Nils Erik Gjerdevik è tra questi.
Gli oli su tela, esposti alla Gian Ferrari, ci mostrano un mondo di forme astratte e geometriche, con cui l’artista progetta composizioni che ad un occhio attento rivelano un patchwork di citazioni dalla storia dell’arte. Così possiamo intravedere Mirò e Calder, gli iridismi di Sonia Delanay, i colori della pop art, la pennellata selvaggia dell’espressionismo astratto, la freddezza del neo-geo, i grafismi di Cy Twombly.
La riflessione di Gjerdevik è imperniata sul confronto con la storia dell’arte, non solo con le opere, ma anche con i problemi dei maestri che riflettono quelli dei pittori di oggi: lo spazio e la luce.
Le forme usate dall’artista sono il mezzo per arrivare ad una strutturazione pittorica del lavoro, perseguendo un’idea non chiaramente riferibile al mondo riconoscibile.
Lo studio dello spazio pittorico non prospettico porta Gjerdevik alla scomposizione dell’opera in piani differenti. Dal primo piano si staccano figure e grafismi netti, moduli piatti dai colori intrisi di luce che si adagiano su fondi, che con il loro monocromatismo organizzano lo stacco dei diversi piani visivi.
I simboli astratti usati dall’artista sono di natura sia geometrica che gestuale e considerati nel contesto dei loro usi passati costituiscono la storia, reggendo il confronto con la loro attuale funzione di semplici elementi compositivi.
Le forme disposte in primo piano ci mostrano le citazioni che rimandano ai significati insiti nella grammatica dell’arte astratta, ormai evoluta in un sistema di comunicazione che le immagini realistiche non avrebbero potuto attuare.
Tutte le citazioni contribuiscono a creare composizioni dal largo respiro in cui lo spettatore può riconoscere un ampio spettro di immagini e giochi linguistici che danno vita ad una creatività consapevole e revivalistica, che non copia ma si informa e critica il passato.
Angelo Bianco
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