Cesare Zavattini (Luzzara, Reggio Emilia 1902 – Roma 1988) ad Alassio? La spiegazione –a dire il vero, il pretesto– è la sceneggiatura de I bambini ci guardano (1943), diretto da Vittorio De Sica e girato quasi integralmente nel paese ligure. Un film che viene proiettato nell’atipica sede della mostra, insieme ad altri cinque lavori cinematografici scritti e/o diretti da Zavattini, oltre a documentari e interviste.
Ma quel che più felicemente stupisce sono le 79 opere pittoriche, scelte da un corpus che ne conta migliaia e datate fra il 1938 e il 1988. Zavattini era un autodidatta in questo campo, riteneva che la pittura fosse un gioco “inutile e sublime”, anche se già nel 1943 aveva vinto un concorso organizzato dalla galleria veneziana Il Cavallino e aperto a scrittori come Montale, Gadda, Ungaretti e Flaiano, e sue opere entrarono in collezioni come quelle di Jean Cocteau e Henri Michaux. Proprio qui sta però l’approccio che ha sempre contraddistinto l’operato di Za in pittura: quest’ultima scorre sì parallela all’attività di scrittura e cinematografia, ma fungendo da valvola di sfogo, svincolata dalla funzione economica e dunque da compromessi.
La sua produzione inanella alcune manìe a livello di soggetti. Prima fra tutte,
Insomma, le influenze sono varie e variegate, ma mai Zavattini diventa uno scolastico o, peggio, un diligente scolaro. Ci sono sì riferimenti importanti, la pittura naive e l’art brut, però – come giustamente sostengono i curatori – vista con i propri occhi attraverso quelli di un Ligabue piuttosto che di un Fautrier o di un Dubuffet. E proprio su “Toni” Antonio Ligabue, Cesare Zavattini ha sceneggiato un film a episodi per la Rai, datato 1977, che è ricordato come uno dei rarissimi esempi di cinema su artisti esente da agiografismo sterile o mediocri alzate d’ingegno.
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marco enrico giacomelli
mostra visitata il 28 dicembre 2003
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