La mostra di Pier Giulio Bonifacio è un’unica articolata installazione, una traccia dipinta che percorre la sala come un graffito rupestre, un segno che invade lo spazio espositivo e se ne impadronisce rendendolo sfondo. Lo spazio trasformato, quindi, che da dato comune, oggettivo, diventa creatura dell’artista, soggettiva, e insieme soggetto a sua volta.
La trasformazione, intesa come azione consapevole di cambiamento, è un tema caro a Bonifacio, che racconta di “trasformazioni e costanti della situazione: da sempre trasformazioni e, al tempo stesso, (ma proprio lo stesso) costanti nel senso di un iter, uno sviluppo delle “cose dell’arte” (cose tutte)…”
La sua ricerca è continuamente rinnovata, in fieri come la vita stessa, nutrita ogni
Ordine non necessariamente come obiettivo: ordine come feticcio ma anche come bersaglio, come spauracchio, come divinità che delude e tradisce e come punto di convergenza delle umane illusioni e delusioni.
Ordine che Bonifacio analizza ed affronta con il disincanto del filosofo e insieme con la testarda passione di un ragazzo innamorato, facendo convivere la ricerca inarrestabile con la lucida consapevolezza dell’entropia.
Due dati che da sempre s’intrecciano con originalità nel lavoro del pittore genovese, e che percorrono le sue molte mostre in sedi prestigiose in Italia e all’estero, dalla Galleria Arte Centro di Milano al Gabbiano a La Spezia, dal FIAC di Parigi al Muzeul De Arta di Timisoara, al Carrè Estampes di Luxembourg a Art Basel: come scrive Sandro Ricaldone, “l’ordine viene quindi a porsi, nella ricerca di Bonifacio, non come deduzione da un a priori formale bensì in termini di processo, accidentato e interminabile; è avvicinamento ostico (…), mai esaurito, piuttosto che perfezione
Ecco quindi l’intrecciarsi continuo di disciplina ed anarchia: come nella scelta dei colori, mai ruffiani e graziosi, che da neri fuligginosi e bianchi opachi si concedono impreviste ribellioni di rossi e, in questo caso, addirittura la maliziosa ironia del fucsia, seppure temperato da toni freddi e dal rigore della monocromia.
Ma soprattutto nelle linee, nell’apparente ortogonalità delle geometrie che ad un secondo sguardo si rivela lievemente, malignamente imprecisa: angoli di ottantanove gradi, simmetrie soltanto apparenti, finte linee parallele che convergeranno in un punto infinitamente lontano… I lavori di Bonifacio sono gimcane dello sguardo, costellate di inganni sottili e prove da superare: solo un osservatore attento accede alla dimensione successiva, all’intensità nervosa oltre la facile eleganza delle geometrie minimali. La dimensione più intima, più arguta: la ribellione all’ordine dentro all’ordine.
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valentina caserta
mostra visitata il 4 aprile 2003
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