Il lavoro di Gonzàlez è inconfondibile per l’intensità espressiva barocca, per le ombre elaborate, ricche, che raccontano l’alternarsi di drammaticità e sollievo, per i primi piani opulenti di forme, per una sorta di sottinteso horror vacui che riempie lo spazio d’oro, di drappeggi, di giochi di luce che animano le superfici di arabeschi, così che anche le inquadrature che si immaginerebbero spoglie, come il primo piano di una mano-reliquia abbandonata su un lenzuolo, si carica di pieghe ricamate dal chiaroscuro.
Ma il lavoro di Juan Gonzàlez è inconfondibile anche, soprattutto per il tema, reiterato come un’ossessione. Infatti tutte le opere esposte, realizzate tra il 2000 e il 2001, hanno come soggetto confessionali e crocefissi. Due simboli forti, fil rouge di una cultura secolare : la croce, dolore e resurrezione, e il confessionale, promessa di riscatto e insieme luogo, sia emotivo che fisico, di un potere.
Un concetto espresso con appassionata asprezza nel testo che correda la mostra: “È il confessionale un luogo di potere, oscuro ed inquietante, un luogo dove la comunicazione si trasforma in una costruzione generatrice d’angoscia. Uno spazio che finisce diventando una rappresentazione dell’irritato Dio castigatore, un palcoscenico con profili di tribunale giuridico dove si danno appuntamento alcuni degli aspetti più caratteristici e contraddittori del cristianesimo, della peccaminosità .”
Un cristianesimo assunto, con i suoi paradossi e le sue passioni, a simbolo, o meglio a luogo simbolico dell’agire umano, della paura del dolore e della morte, della solitudine, del bisogno di rituali e feticci.
Operazione che nel lavoro di Gonzàlez diventa a sua volta metafora: dal simbolo alla sua rappresentazione venerata come oggetto di culto, alla reiterazione della riproduzione fotografica e quindi ad una nuova dimensione ancora connotata dalla ‘devozione’ dovuta all’oggetto d’arte.
Quindi ancora rappresentazione del bisogno di dare un volto alle speranze ed agli amori, alle ansie e ai desideri, che è in fondo radice anche del fare arte.
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