Due culture a confronto. Gli ornamenti, gli intrecci, gli arabeschi delle decorazioni arabe, delle miniature bizantine, delle grate musulmane in una serie di grandi installazioni di artisti contemporanei, i “Labirinti”: il tutto a Genova, dove, naturalmente, un “vicolo del Labirinto”, esiste. Tra i partecipanti, il cinese Wenda Gu colloca al primo piano della villa una tappezzeria inconsueta, fatta di tende modulari, appena scostate dalla parete, trasparenti, con calligrafie che mescolano caratteri latini, arabi, cinesi e indiani. Poco importa che siano fatte, queste cortine, di capelli veri, scuri e lucenti come solo quelli degli asiatici possono essere. Al centro della sala, Wenda Gu, dispone un tavolo e quattro sedie, un po’ stile Ming, un po’ Luigi XV, con video-tarsie. L’Iraq è rappresantato da Mehdi Moutashar che ha realizzato un labirinto di lettere, costruito in legno sull’alfabeto arabo, nella variante cufica, quella geometrica. Sono due fonemi, “l’altro” e “lui” col sigificato di “indicibile”. Yufen Qin -l’artista fu arrestata nel 1989 poco prima delle manifestazioni studentesche di Piazza Tienanmen, ora vive a Berlino – espone una scacchiera di ventagli sospesi al soffitto. Pinaree Sanpitak, thailandese, Quikai Zhang, dalla Cina, Ok-Joo Shin, coreano, Sato e Norio Nagayama dal Giappone, Monali Meher per l’India, Jung-Hwan Park e Sejong Yoo dalla Corea, Yufen Qin (Cina), gli altri artisti in rassegna. Per ultime tre installazioni in sotteranea, sotto le volte a vela degli scantinati-depositi, con le opere di Eun-Hee Cho (filze di nastri bianchi che costruiscono percorsi verticali); Luming Li (Cina), Sudarshan Shetty (India) e Sin-Wook Kang (Corea). Da notare che pochi, tra gli artisti invitati a Villa Croce, si sono espressi utilizzando l’idioma delle loro terre, preferendo, almeno nei titoli, di gran lunga la lingua inglese. Alla fine, l’asiArt, segna, in controtendenza, un esotismo di ritorno; e gli elementi orientalizzanti, zen e minimali come, in “Fu shiki” del giapponese Sato, altro non sono che contaminazioni occidentali, il sottofondo orientale alla nostra portata.
Articoli correlati:
Barcelona a vol d’artista
Thomas Demand con Caruso / St.John Architetti
Kounellis
Raffaella Fontanarossa
mostra visitata il 3 ottobre 2001
Fino al 29 marzo 2026 gli Appartamenti Segreti di Palazzo Doria Pamphilj Roma ospitano Sub Rosa, mostra personale di Silvia…
Al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria una mostra celebra lo stilista che ha trasformato l'eredità classica della propria terra…
È morta nella sua casa di Bogotá all’età di 93 anni Beatriz González. A darne notizia è stata la Galerie…
L’Opera di Santa Maria del Fiore ha creato un’app gratuita che ci accompagna nella visita di una delle collezioni più…
Durante il periodo di chiusura per restauri, il museo Mauritshuis dell’Aia presterà la sua opera più importante, Ragazza con l’orecchino…
Commissionato come intervento effimero, lo Zanardi equestre di Andrea Pazienza sopravvive grazie a un gesto privato. Oggi riemerge come caso…
Visualizza commenti
ma è un nome così comune, semplice, orecchiabile e dal significato così aperto che non lo si può registrare.
Pensate se gli amici di Aperto a Torino (una attivissima associazione culturale) avessero registrato il nome...non si sarebbe potutta fare la Biennale del '99 !!! ma via via...
Vi faccio presente, che OPEN è un nome depositato, e si riferisce ad una mostra che già da quattro anni si tiene al Lido di Venezia. Pertanto vi prego onde evitare confusioni, equivoci e spiacevoli conseguenze di NON usare il nome OPEN collegato al concetto di installazioni e sculture.
http://www.artecommunications.com/
con le installazioni “Open”
mancanza di originalità?????
oppure una sana copiatura?
http://www.artecommunications.com/italiano/index.htm
Io non credo che ci si debba sentire copiati od offesi se si utilizza un nome la cui traduzione rappresenta quello che e', sarebbe sciocco.