A soli trent’anni, Loredana Galante può vantare un curriculum artistico davvero ricco e interessante, costellato da tappe importanti come la partecipazione nel 1994 al corso di specializzazione di Tecniche di lavorazione artistica dei metalli diretto da Arnaldo Pomodoro e la vincita nel 1998, ex aequo con Alberto Timossi, del prestigioso Premio nazionale di scultura Renato Carnevale che Villa Croce, il Museo d’arte
Diplomata all’Accademia Ligustica di Belle Arti, Galante sembra focalizzare la sua ricerca artistica su un aspetto controverso quanto fertile e attuale della scultura contemporanea, sempre più incerta tra la confluenza nell’installazione e nell’assemblaggio e la difesa a oltranza della propria specificità formale.
Le premesse dei suoi primi lavori, d’ispirazione antropologica e neo primitiva e particolarmente sensuali ed attenti al rapporto tra il corpo, il movimento e il suono, sono sviluppate nelle più recenti vetrine, affascinanti metafore di identità inaccessibili, anime protette racchiuse in scrigni che sono nidi, case accoglienti popolate di coloratissimi fantasmi e feticci e talismani.
Galante popola infatti le sue sculture di oggetti d’uso comune, imponendo loro una vita emotiva intensa ed ironica, compiendo un’operazione che balza allegramente ben oltre il ready made per approdare a nuove giocose espressioni creative, con la grazia e l’humor di un burattinaio e la cura attenta e quasi materna di un’artista consapevole e matura, capace di rielaborare e
A Mentelocale, l’artista espone disegni preparatori e trasposizioni pittoriche di progetti tridimensionali, tecniche miste fitte ed energiche che diventano veri e propri quadri, diari appassionati che traducono il gesto e il progetto della scultura in un alfabeto di tratti e simboli ricorrenti. Intenso e vibrante come un linguaggio criptato, in una fertile ansia di comunicazione che sconfina visivamente in una sorta di poetico, efficace horror vacui colorato e gentile.
Come scrive Marco Canepa, “Il fine ultimo è il piacere visivo, la compostezza stilistica. Una compostezza conclamata dalla misurazione paritaria tra il pieno e il vuoto, posti allo stesso livello e ad un alleggerimento delle stratificazioni con l’ausilio del materiale ex novo e non consunto .”
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