Noto anche al grande pubblico per le sue collaborazioni con protagonisti della cultura e dello spettacolo, con scrittori come Aldo Busi e Marco Lodoli e con alcuni tra i personaggi più popolari della musica italiana, i Timoria, gli 883 di Max Pezzali e Jovanotti, Marco Lodola ha al suo attivo un curriculum espositivo ricchissimo fino agli ex archivi della Città Imperiale di Pechino.
Nato a Dorno (pv) nel 1955, Lodola è tra i fondatori del movimento del Nuovo Futurismo , teorizzato dal critico Renato Barilli. E dall’esperienza futurista Lodola mutua l’uso appassionato del colore, l’energia dirompente della luce e soprattutto, forse prima di tutto, l’idea dell’arte come parte integrante della vita, senza elitarismi e confini arbitrari.
Non a caso, il suo lavoro dialoga vivacemente con le più diffuse forme di cultura contemporanea, dalla letteratura alla musica pop, cogliendone atmosfere e suggestioni e facendone arte . Ma un’arte appunto senza ostacoli immediati, senza barriere concettuali preconcette. Un’arte alla quale si accede subito, di primo acchito, anche senza una preparazione culturale specifica, perché è piacevole, bella senza remore, scenografica, allegra come le luminarie di Natale.
Un’arte facile, ma non un’arte semplice, perché per chi si avvicina, oltre la superficie l’arte di Lodola
Come scrive Roberto D’Agostino in Lodola, edito da Mondadori, La dimensione di spettacolarità insita nel sistema contemporaneo porta Lodola a produrre immagini che riflettono con cinica e ludica puntualità il destino dell’uomo: l’esibizione come esibizionismo, come ineluttabile cancellazione della profondità ideologica, religiosa, sessuale e morale. Lo spegnimento della profondità segna il punto di massima eccitazione della superficie. Così la plastica diventa specchio del carattere artificiale della vita, vissuto come unica natura possibile, come sfondo naturale dell’uomo moderno?
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Si, possono piacere ma concettualmente sono ripetitive...sono al confine ormai superato tra design commerciale e arte.