Federica Marangoni gioca con la luce. Crea metafore implacabili, taglienti e fredde come il ghiaccio: luce come sapere, come simbolo secolare di conoscenza e divinità, ma anche luce prigioniera dei tubi al neon, asservita al kitsch delle insegne pubblicitarie.
Una luce che Federica Marangoni usa come una tavolozza o un blocco di marmo, dando vita ad un alfabeto allegro di simboli travestiti da feticci pop, come il cuore sanguinante e l’arcobaleno al neon.
Ma la piacevolezza delle sue opere non è mai gratuita : è come un grimaldello, l’offerta del grazioso in cambio dell’attenzione, del coinvolgimento dello spettatore subito rapito in un universo concettuale complesso e composito, con i colori sgargianti a medicare le ferite del cuore, con l’arco ammiccante dell’iride a suggerire speranze possibili come nell’opera “Dripping Rainbow / Bleeding Heart / Art” dedicata ad “after September 11th”.
O con le volute del neon avviluppate a grandi bobine dove gli uomini possono nascondersi, come accadde a Berlino nel 1963 durante la fuga rocambolesca di alcuni prigionieri: così, scrive Viana Conti nel testo critico che accompagna la mostra “un lontano fatto di cronaca si rimette in circolo nel nastro della memoria, si reimprime sulla pellicola della retina, si impressiona nel bianco e nero di alcuni flash fotografici. In questo spazio della città di Genova, dal luglio 2001 ribalta mediatica del potere e dell’impotenza, sotto il segnale forte di una gabbia metallica, si ridanno convegno, con questa mostra, tutte le bobine, rivestite di filamenti di neon azzurrino, rosso fuoco, opalescente, che hanno visitato l’immaginario dell’artista in situazioni inventive, sociali, geografiche, ambientali, disparate, esposte in contrade d’Oriente e d’Occidente, documentate da una babele di lingue e commenti ”.
Perché Federica Marangoni è un’artista profondamente nomade, che viaggia e crea viaggiando. E, a contraddire il solito detto del “nemo profeta in patria”, ha avuto di recente un importante riconoscimento nella sua città d’origine, Venezia, con la presentazione lo scorso 3 ottobre alla Peggy Guggenheim Collection di “Elettronica: madre di un sogno umanistico ”, che racconta il suo percorso espressivo.
Il libro, che raccoglie lavori realizzati da Federica Marangoni tra il 1970 e il 2001, è edito da Museo del Parco di Portofino ed Edizioni d’arte Fidia, a cura di Pierre Restany e con testi critici di Enzo di Martino, Wolf Herzogenrath, Marco Maria Gazzano, Robert Morgan ed un intervento del padre della video art, l’artista coreano americano Nam June Paik.
La mostra in corso in Piazza Cattaneo è quindi una bella occasione, realizzata con la cura e la qualità alle quali Spaziodellavolta ci ha abituato, per ammirare il lavoro di un’artista che vale davvero la pena conoscere meglio.
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