Categorie: Il fatto

Affidarsi

di - 14 Marzo 2016
Nel marzo 2015, sulle Alpi francesi, Andreas Lubitz uccise 150 persone. Lo fece di proposito, tirando giù un volo della Germanwings, una volta rimasto solo in cabina di pilotaggio.
Un anno è passato il leit motiv del disastro annunciato ora è verità: il co-pilota avrebbe dovuto sottoporsi a un periodo in una clinica psichiatrica, ma pare che nessuno dei diversi medici che avevano in cura Lubitz nelle due settimane precedenti all’incidente avvertirono le autorità sul suo stato di salute mentale.
E ovviamente, men che meno, ci pensò lui stesso: d’altronde non avrebbe avuto una “psicosi incombente” se si fosse dimostrato lucido. E così gli inquirenti hanno stabilito che “Nessuna azione poteva essere presa dalle autorità o dal suo datore di lavoro per impedirgli di volare” e quindi – in parole poverissime – anche stavolta sono moltissimi coloro che hanno contribuito alla strage, ma nessuno ha colpa, se non il poveraccio che ha trascinato tutti sul costone di montagna.
Quotidianamente ci affidiamo. Ogni giorno riponiamo fiducia, anche nelle autorità, anche quando non dovremmo: fa parte della natura umana, forse, pensare che ci possa essere qualcuno che può mettersi al nostro servizio per aiutarci. Anche a farci attraversare un continente, sì, per lavoro o per piacere. O a fare conti al posto nostro, a non imbrogliarci. A mandare avanti un Paese, una città: la fiducia è anche la legge della politica. Ma cosa succede se questo atteggiamento viene a cadere? E che trasformazioni porta alla percezione? E perché, chi di dovere, ha deciso di continuare ad affidare alla sorte centinaia di vite umane, in questo caso? Per non spezzare il filo di fiducia di un singolo o perché, tanto, bisogna affidarsi a quel “destino” che è romantico e poetico solo quando va a finire bene? (MB)

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