Categorie: Il fatto

Arte, con chi stai? |

di - 27 Marzo 2017
Tra pochi giorni i riflettori si accenderanno di nuovo su Documenta. E la prima tappa, prima di Kassel, sarà Atene.
Come verrà “sceneggiato” con l’arte il Paese, e la sua situazione, lo vedremo. Sicuramente, in scena, troveremo anche Jonas Mekas – a Kassel, però – con una trentina di immagini che riflettono sulla questione deportati-migranti, ieri e oggi.
Il celeberrimo filmaker di adozione americana, che vedremo anche a Fondazioe Prada nel festival dedicata al “New American Cinema” è infatti di origine lituana, ed è uno dei superstiti – oggi ha 94 anni – tra i deportati da un campo di lavoro a un altro. Le immagini di Mekas sono state scattate tra il ’45 e il ’48, quando Mekas viveva in un campo profughi a Wiesbaden, alle porte di Kassel, prima di andare a New York.
Una Documenta che sarà “molto focalizzata sulla situazione dei rifugiati” che in Grecia, negli ultimi mesi, ha trovato molto riscontro mediatico anche con le operazioni (a volte molto discutibili) di Ai Weiwei.
Un Grecia che, in un articolo apparso su Il Giornale, sembra essere il ritratto di un Paese sfiancato dopo la “cura” dell’Europa, per riscattare quel debito nei confronti della padrona di casa Germania, “padrona” anche di Documenta. Di solito non usiamo citare fonti dichiaratamente di parte, ma il ritratto della situazione di Atene, che ne fa Giovanni Masini, è ben nitido: ospedali al collasso, popolazione che si affida alle strutture sanitarie gestite da volontari, inservienti che non ricevono stipendio da anni; aumento della prostituzione minorile per tentare di raggranellare qualche euro e raggiungere l’Europa “migliore”, così come crescita esponenziale della soglia di povertà assoluta (ora al 15 per cento della popolazione) e anche senzatetto in ascesa, dopo aver perso tutto.
E allora? E allora che cosa potranno i governi, e cosa potrà l’Europa, si vedrà in sedi più istituzionali. Quello che bisognerà capire è se anche l’arte potrà schierarsi, anziché solo verso la comprensione dei migranti, anche in quella di un popolo vittima della propria storia, di decisioni errate, e di un “continente” che in barba all’uguaglianza sembra sempre di più un colabrodo frammentato e in mani autarchiche, mentre la maggior parte – le mani, sul problema migranti e non – se le vuole lavare. (MB)

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