Categorie: Il fatto

Chi ha paura del cartellone

di - 20 Gennaio 2015
«Non vogliamo davvero focalizzare l’attenzione su noi stessi. Vogliamo che il focus sia sulle azioni collettive, non nelle singole personalità o gruppo. Vogliamo parlare di temi come lo sfruttamento e l’alienazione, e non attraverso meschini atti di vandalismo». Così i membri di Strike!, giornale anarchico inglese, misteriosi anche per gli stessi addetti ai lavori, come ha riportato anche il Guardian. Si sa che sono giovani, e che una mostra delle loro “pagine” è presentata alla galleria Flaxton Ptooch di Londra, fino al prossimo 10 febbraio. Dunque? Dunque qualcuno, che i redattori dicono di non sapere chi possa essere, si è impossessato delle loro parole stampate che recitano massime intorno all’alienazione del lavoro contemporaneo, all’inutilità di gesti, politica e sbandierano scomode verità sul governo.
Vuoi che tutto sia nato dopo Charlie? No, perché nei vagoni della Tube e nelle pensiline dell’autobus i cartelloni sono iniziati a comparire subito dopo Natale. E allora, chi è che affigge queste parole polemiche, in luoghi inaccessibili? Già, perché non è che i manifesti sono appesi sui muri, vecchia maniera, ma riparati dalle vetrate di IGP Decaux, come le più preziose campagne pubblicitarie milionarie. Inserzioni autorizzate, ma da chi? Soprattutto perché i testi recitano, per esempio, corredate con l’hashtag #bullshitjobs [stronzate di lavoro n.d.r] «Come si può anche solo iniziare a parlare di dignità del lavoro quando ci si accorge segretamente il che proprio posto di lavoro non dovrebbe esistere?».
Touché, anche se siamo in Gran Bretagna. Qualche infiltrato spinto da nuova percezione? O una mossa che viene più dall’alto?
La rivista, Strike!, compie il secondo anno di vita tra poche settimane, e nessuno della redazione viene pagato. Stampata in 2mila copie, venduta a 2 sterline, autofinanziata, viene distribuita in abbonamento e in negozi anarco-punk-friendly o nella strada. Gli eroi che passano sulle poche pagine del giornale (giunto ad ora all’ottavo numero)? Graeber, Slavoj Žižek, Danny Dorling e immagini di artisti come Peter Kennard, co-creatore della selfie-parodia di Tony Blair di fronte all’Iraq in fiamme.
Fatto sta che il gruppo di giovani, interpellati dal Guardian, prende forti le distanze da chi ha usato le loro pagine come propaganda reale (e non “virale”, sul web), in giro per la città.
Facendo, in qualche modo, non solo Public Art, ma tentando di aumentare la coscienza sociale, cercando la frattura, lo scontro. Uno scontro non reale, ma con i nostri fantasmi. Stavolta non scomodando profeti o califfi, ma piantando una spina nel fianco del sistema occidentale. Una grande sfida, pericolosa, non solo perché chi si sveglia è perduto – e tenterà armi e bagagli di trovare un “altro mondo” e un altro modo di vivere, inceppando il perfetto meccanismo della coercizione silenziosa – ma per lo stesso sistema che non accetta di vedersi voltate le spalle.
L’ultima questione, dopo Parigi, non può che essere: “Esiste il pericolo che anche Strike! diventi vittima del suo stesso successo, anarchici che meritano una bomba?”. A rispondere, i giovani: «Non ci sono piano di gioco. Stiamo solo facendo qualcosa che pensiamo sia buono, in maniera sempre migliore. Questo è tutto quello che c’è da fare». Meditate gente, meditate.

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