Categorie: Il fatto

Il muro che va di moda

di - 19 Ottobre 2015
Cemento e mattoni, per impedire il lancio di sassi e bottiglie incendiarie dal rione palestinese di Jabal Mukaber verso il vicino quartiere ebraico di Armon HaNatziv. Poche decine di metri di costruzione, in un tratto dove le abitazioni ebraiche erano già state protette da alte reti di metallo. Si è definito un “blocco poliziesco temporaneo”, ma come ben sappiamo la tradizione dei muri ha origini antichissime, e come avevamo raccontato qualche settimana fa, prendendo in esame la storia di Belfast e le lotte tra cattolici e protestanti, i muri si innalzano velocemente, ma restano ferite aperte (o cucite) difficili da riemarginare nel tessuto cittadino.
Certo, il caso di Gerusalemme è forse un unicum mondiale, ma fermare le violenze in questo modo sembra più utopico di un’utopia.
Se ci si mette poi che la guerra è “civile”, e all’ordine del giorno, qualche decina di metri di transenna siamo sicuri che non servirà a nulla, anche se il Ministero degli Esteri israeliano ha parlato di misure per garantire la massima sicurezza ai cittadini. Ma che valore hanno le misure di sicurezza in un extraterritorio da anni assediato da una pesante politica di terrore quotidiano? (MB)

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