Categorie: Il fatto

La nuova cultura inglese

di - 24 Marzo 2016
Che l’Inghilterra sia ancora, tra tutti i Paesi dell’Europa in crisi, un “porto franco” per le arti e la loro promozione è fuori discussione, ma dalle critiche sulla troppo “londrocentricità” dell’offerta e dei progetti, fino alla perdita di cospicui fondi pubblici negli ultimi anni, e anche di sponsor privati come la BP, per la Tate, il clima anche da queste parti è un po’ più teso.
Vedremo ora che ne penserà l’opinione pubblica del libro bianco del Ministro alla Cultura Ed Vaizey, che lancia nuove mosse sul tema della governance dopo gli interventi di Jennie Lee, ministro del Lavoro e delle Arti, nel 1965.
I primi passi? Valutare esattamente l’importanza dei musei e del patrimonio, da terminare entro il 2017. Per tagliare chi non va? Non solo: verranno analizzati anche l’Arts Council e la Lottery Fund, mentre il nuovo sistema di sgravi fiscali per le mostre dovrebbe entrare in vigore nel mese di aprile del prossimo anni. Anche da queste parti, come in Italia, si parla di “ampliare l’accesso al pubblico”, ma in una maniera un po’ differente: tutte le organizzazioni artistiche finanziate con fondi pubblici devono migliorare le condizioni di ingresso e attività per i giovani provenienti da ambienti svantaggiati. E anche in Inghilterra, il prossimo anno, vedrà alcune città in lizza per diventare Città della Cultura 2021 (Hull lo tiene per il 2017). E oltre a mettere 30 milioni di sterline per la tutela culturale nelle zone di conflitto, gestiti dal British Council, il governo promette che ratificherà la Convenzione con L’Aia, del 1954, per la protezione dei beni culturali, e anche del patrimonio culturale subacqueo, per finire con una maggiore disposizione ai legami culturali con altri Paesi, partendo dall’India, Repubblica di Corea ed Emirati Arabi Uniti. Vedremo che ne verrà fuori, e come. (MB)

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