Categorie: Il fatto

Mafia ieri, oggi e domani?

di - 30 Maggio 2015
Non siamo un Paese normale, e questo ormai è assodato. Ma che contro i nomi tirati fuori come “impresentabili” da una Commissione Antimafia si materializzi un uragano di polemiche, di volontà di “sbugiardare”, di accuse e chi più ne ha più ne metta, è davvero il limite. O forse no. Il capro espiatorio stavolta è Rosy Bindi, presidente dell’organismo parlamentare, accusata anche di violare la Costituzione e, dal Premier Matteo Renzi, indicata come l’artefice per “regolare i conti” in un Partito Democratico che più frammentato non si può.
La Bindi, dal canto suo, ha risposto di essere amareggiata dalle accuse che le sono state rivolte dal suo stesso partito e che la Commissione ha agito nella massima serietà. E ci mancherebbe altro. Ma tant’è, la frittata è bell’è fatta, e Matteo Salvini ha gongolato non poco visto che nella lista dei nomi incriminati non figura nessun deputato appartenente alla Lega. Anche questo, insomma, sembra una sorta di autogol della sinistra, a favore del centro-destra.
Sia chiaro, un autogol contro la mafia non è un punto a sfavore: è quello che dovrebbe sempre accadere quando vi sono cariche politiche e di potere in ballo, per evitare il futuro di un’Italia colabrodo come l’abbiamo (forse) sempre vista e conosciuta.
«Voglio essere molto chiaro, perché su questo non si scherza: siamo il Pd e sul tema della illegalità e del rispetto della lotta contro la corruzione il Pd non fa sconti al nessuno», ha dichiarato Renzi, ma la Bindi ha reagito così: «Ho taciuto di fronte al tentativo di delegittimare la Commissione e la mia persona. Ma ora per il nome di un candidato, la cui condizione era conosciuta da tutti, ci si indigna contro il lavoro di Commissione e presidente. Giudicheranno gli italiani chi usa le istituzioni per fini politici». Il candidato in questione è il campano Vincenzo De Luca, su cui pende un giudizio per il reato di concussione continuata da maggio 1998 e abuso d’ufficio, truffa aggravata, associazione a delinquere.
Dove inizia insomma quella che alcuni deputati hanno tacciato come una “vendetta partitica” della Bindi e dove è la “verità” dei 16 nomi che i media in queste ore stanno scandagliando attraverso le carte dei tribunali? L’approfondimento è d’obbligo, ma la gogna politica di queste ultime ore verso Bindi lascia presagire che la Commissione abbia spezzato equilibri di non poco conto, minando carriere e “diffamando” chi già diffamato persino ad un occhio nudo. «Comunichiamo questi dati ora perché non vogliamo entrare nella competizione elettorale. Questo è stato un lavoro molto impegnativo, sono state vagliate circa 4 mila candidature. Questa è una fotografia. Nessuno si è scandalizzato in questo mese per le tante calunnie, illazioni uscite sulla stampa. Fanno meno paura tante calunnie che non un dato di chiarezza. La perfezione non è di questo mondo ma il lavoro fatto è stato lungo, impegnativo, scrupoloso», ha dichiarato Bindi.
E la dignità, in tutta questa vicenda, da che parte si è nascosta? (MB)

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