LâItalia è al 73esimo posto nellâannuale classifica di Reporter senza frontiere. GiĂš, di 24 posizioni, rispetto al 2014. Intimidazioni, aggressioni, cause ingiustificate per diffamazione. Una fotografia poco edificante, che la dice lunga su politica e societĂ di un Paese. Non va meglio in Turchia, che invece in classifica è al 149esimo posto (su 180 Paesi monitorati), e dove il Presidente Erdogan non ha mancato, in queste ore, di mostrare ancora una volta la sua faccia dispotica a tutto il Paese e, forse, a tutto il mondo.
Stavolta nel mirino è il quotidiano âribelleâ Cumhuriyet, che ha documentato come sotto falso profilo (attraverso camion trasportanti medicinali) la Turchia abbia armato i ribelli siriani. Unâinchiesta e un video, pubblicati pochi giorni fa. E che hanno fatto andare su tutte le furie il Presidente-dittatore, in un periodo giĂ bollente, visto che si avvicinano le elezioni del prossimo 7 giugno. Erdogn ha minacciato che i responsabili di questo âspionaggioâ pagheranno un caro prezzo la loro attivitĂ .
Eppure, come sempre piĂš spesso accade, il politico non ha fatto i conti con quella folla di professionisti e popolazione che, in Turchia e non solo, ha deciso di smettere di sottostare al potere cieco. Il risultato? Che in dozzine di giornalisti, intellettuali e artisti hanno espresso la loro solidarietĂ sulla prima pagina del quotidiano, introdotti dal grande titolo âIo sono responsabileâ, in sostegno del direttore editoriale Can Dundar.
Erdogan, inoltre, ha parlato di una âriscrittura della storiaâ da parte dei media, e nel frattempo â come era inevitabile-, la procura ha aperto unâindagine contro il quotidiano dâopposizione.
In tutta risposta il direttore ha twittato: âNon siamo dipendenti statali ma giornalisti. Il nostro compito non è di coprire gli sporchi segreti di stato ma siamo chiamati a renderne conto in nome del popolo. Chi ha commesso questo crimine la pagherĂ a caro prezzo â ha aggiunto facendo riferimento alle parole del presidente â non glielo lasceremo passareâ.
La Turchia ovviamente ha smentito ferocemente il sostegno alle milizie jihadiste, ma ha comunque dato una nuova lezione di intolleranza nei confronti di chi dovrebbe garantire unâinformazione libera e giusta, e non al servizio di una holding politica. La rivoluzione, ancora, comincia con una tigre di carta: talmente âinnocuaâ da minare le sicure basi della paura. (MB)