Non si può fare di tutta lâerba un fascio, ma è anche vero che il problema dei migranti, accolto da tutti con apprensione e da molti con paura, e da altri con sdegno, sta causando specialmente nei Paesi del Nord Europa qualche âaccanimentoâ di troppo, se cosĂŹ vogliamo dire.
Dalla chiusura delle frontiere, allâinnalzamento di muri, lo âstranieroâ di qualunque etnia o religione sia, va tenuto nei ranghi. Forse è un poâ anche questo il sentire che ha permesso ad una serie di anonimi pistoleri, la scorsa notte, di attaccare lo Schwules Museum, che da trentâanni accompagna la vita gay della Capitale tedesca, porto franco della libertĂ sessuale anche prima della II Guerra Mondiale.
Piccoli proiettili, certo, che non hanno sfondato le vetrate, ma che fanno leva anche su unâaltra questione: la Germania non ha una legislazione contro crimini a sfondo dâodio, per cui anche un motivo omofobo sarĂ considerato âpoliticoâ. Non è un problema, o forse sĂŹ, visto che lâodio, in qualche modo, ha sempre a che fare con la politica.
E non è un caso, anche, che lâarchivio del museo sia fondamentale per la ricerca sullâOlocausto, che non ha coinvolto solo ebrei ma anche zingari, dissidenti, omosessuali.
Sembra insomma che, paragonando lâattuale mostra in corso proprio al Gay Museum, anche nella tollerante e aperta Germania si stia da piĂš parti passando da una âdepenalizzazioneâ, come era avvenuto con lâomosessualitĂ nella Russia sovietica nel 1922, sotto Lenin, a un nuovo vigore che, sempre tornando alla vecchia Russia, aveva riportato poco dopo lâamore gay ai ranghi di un reato penale, sotto Stalin. Che la storia non vada mai al contrario, ma che prosegua in diritti, è un falso mito. Speriamo vivamente di aver preso un abbaglio, e che questi âpretestiâ siano solo da ricercare un poco nei nervi scoperti di qualche frangetta della popolazione. Speriamo. (MB)