Categorie: in fumo

in fumo_interviste | Gino Gavioli

di - 19 Maggio 2010

Il Museo del Fumetto di Lucca ha appena inaugurato una
grande mostra sui moschettieri dell’animazione italiana. Quindi spazio allo
studio Pagot, alla Paul Film di Paul Campani e, ovviamente, alla Gamma Film
fondata da lei e da suo fratello Roberto. Cosa prova di fronte a questo
tributo?

Per me è davvero una grande gioia. Mi fa un piacere
immenso. Anche perché, come ben sa, Carosello è stata un’esperienza unica e
irripetibile. Un grande momento di televisione che si ricorda ancora oggi. Era
un programma fuori dalla norma, capace di fare spettacolo. Mentre la pubblicità
contemporanea è qualcosa di talmente veloce e frenetico che non si afferra
neppure.

Sembra però che negli ultimi anni ci sia stato un
ritorno ai tempi lunghi. Penso ai messaggi promozionali e agli sketch che hanno
riproposto Aldo, Giovanni e Giacomo più di dieci anni fa…

Anche in questo caso ci troviamo su un terreno differente.
Il messaggio promozionale non ha niente a che vedere con Carosello. Anche quando i tempi si
allungano vengono adottate altre forme di comunicazione e altri linguaggi.


Con la Gamma Film, a partire dagli anni ‘50, avete
lavorato su terreni ancora vergini. La televisione di allora permetteva
sperimentazioni e contaminazioni di linguaggi differenti. Ma era davvero una tv
libera?

Beh, le idee erano libere. O, meglio, eravamo liberi di
svilupparle. Ma dovevamo stare attenti, perché tutto era controllato a fondo
prima di andare in onda. Quindi ci dovevamo contenere nel linguaggio. Alcune
parole, poi, erano addirittura proibite. Ricordo che abbiamo avuto problemi con
la collocazione temporale della storia di Cristo: noi l’avevamo collocata 2.000
anni prima, ma ci fu imposto di scrivere “4.000 anni fa…”. Una
piccola variazione come questa comportava un gran lavoro. Dovevamo stare
attenti a tutto. Oggi, ad esempio, in televisione si vedono ovunque ballerine
con abiti succinti. Se le avessimo mandate in onda noi, come minimo ci
avrebbero sparato. Quando coinvolgemmo le gemelle Kessler dovemmo far loro
indossare dei terribili mutandoni coprenti. Insomma, era un gioco di equilibri.
E certe battute sarebbero state più spiritose se avessimo potuto utilizzare
tutte le parole. Ma c’era una lista nera, e noi dovevamo girarci intorno.


Il confronto col presente è forse illegittimo. La
sensazione è che al tempo, nonostante i limiti imposti dalla tecnica e dalla
censura, ci fosse una spinta creativa maggiore…

Lo credo anch’io. Ma non so spiegare il fenomeno. Cioè,
non sarei capace di spiegare cosa è accaduto in quegli anni. Ho la sensazione
che le pubblicità di oggi non aderiscano alla gente. Ma guardandoci indietro,
se pensiamo ad esempio al vigile Concilia, so per certo che le persone lo
identificavano col prodotto. Lo facevano con una tale forza da spaventare i
committenti. Temevano che il personaggio avesse la meglio sul prodotto stesso.

Perché Carosello è rimasto nel cuore della gente?
Perché è una storia incredibile e affascinante. Capace di
coinvolgere anche i più giovani. Nessuno di noi, lavorando a quelle animazioni,
immaginava cosa sarebbe successo. Lavoravamo perché quello era il nostro
mestiere. E ci piaceva. Anzi, ci piaceva da matti.


Difficile, nei primi anni ‘50, immaginare la
costruzione di uno studio di animazione. Com’è nata l’idea della Gamma Film?

È strano, ma non lo so. So solo che a nove anni ero la
disperazione dei miei genitori. Pensavano di avere un figlio “suonato” perché
volevo disegnare fumetti e libri illustrati. E desideravo realizzare i cartoni
animati. E le assicuro che in quegli anni non ne parlava nessuno. Mio fratello,
poi, era un chimico industriale. A seguito di un esperimento ha rischiato di
restare cieco. E quando guarì decise di cambiare mestiere, perché quello che
faceva era troppo rischioso. Ci mettemmo insieme, e la sua competenza tecnica,
unita alla mia creatività, ci ha portato a fare pubblicità. Alla Gamma eravamo
150 persone. Ed erano tutte lì per Carosello. Persone che abbiamo formato e
cresciuto per fare questo mestiere. Diventammo anche un esempio per il resto
del mondo. Venivano a studiarci anche gli studi di animazione americani.
Insomma, seppur inconsapevolmente, stavamo facendo scuola.

Erano anche i tempi delle prime camere verticali…
In verità lavoravamo all’italiana. A volte in modo
strutturato, altre volte cercando la soluzione migliore per ottenere un
risultato particolare. Ci arrangiavamo.


E con la fine di Carosello
è finito il sogno?
Direi di no. Abbiamo continuato realizzando lungometraggi.
Come La lunga calza verde in occasione dei cento anni dall’Unità d’Italia. La
pellicola d’animazione restaurata è stata presentata a Venezia lo scorso anno,
e a breve tornerà al Museo del Fumetto di Lucca. Poi abbiamo continuato
realizzando dei corti. Insomma, non abbiamo accusato la fine di quel momento
nuovo. Anche perché io, chiusi gli studi, ho continuato a lavorare con le
illustrazioni e i fumetti.

A proposito, cosa pensa delle nuove animazioni in 3d?
Anche se ben fatti, non li trovo interessanti. Per carità,
alcuni sono validi. Altri, però, son fatti tanto per fare. Mi sono sempre piaciuti
quelli di Asterix. La Disney? Si è adeguata ai tempi e ha cambiato tecnica.
Quelli realizzati con la Pixar saranno pure bei prodotti, ma non c’è più un
film come Biancaneve. Non c’è più l’esplosione di gioia guardando un film.

Gavioli, lei ha quasi 90 anni. Dove trova tutta questa
energia?

La grande fortuna di una persona è di appassionarsi a
qualcosa. In qualunque settore, per qualsiasi cosa. Il mio pallino è quello
dell’illustrazione. E finché avrò forza (e voglia) disegnerò. Quando poi non ci
sarò più, lassù, beh, spero mi daranno almeno carta e penna…

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a cura di gianluca
testa


dal 15 maggio al 31 dicembre 2010
Arrivano i moschettieri dell’animazione italiana
Museo del Nazionale del Fumetto
Piazza San Romano, 4 – 55100 Lucca
Orario: da martedì a domenica ore 10-18
Ingresso: intero € 4; ridotto € 3
Info: tel./fax +39 058356326; info@museoitalianodelfumetto.it;
www.museoitalianodelfumetto.it

[exibart]


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