Kazuichi Hanawa è un affermato fumettista con la passione per le armi. Nel 1994 viene sorpreso nel bosco dalla polizia di Hokkaido mentre fa tiro a segno con armi da collezione modificate. Si tratta di un piccolo reato, Hanawa è incensurato e la sua passione per le armi non è violenta: Hanawa non spara nemmeno agli animali. In quel periodo però il crollo dell’Unione Sovietica e la crisi economica che ne consegue portano molti militari sovietici a fare contrabbando di armi di ogni genere, un commercio che in Giappone fiorisce proprio nella zona di Hokkaido. Così, forse per dare un segnale forte contro questo tipo di traffico illegale, il tribunale commina al fumettista una pena esemplare: tre anni di carcere per porto abusivo d’arma da fuoco.
In prigione è il racconto a fumetti di quei tre anni di carcere di Hanawa che racconta in modo dettagliato la sua vita da detenuto.
Il carcere è regolato, in ogni paese, da regole imperscrutabili. Mesi fa in un’intervista Adriano Sofri raccontava per esempio che ai detenuti del suo carcere, a Pisa, è proibito ricevere arance dall’esterno. Nel carcere di Alessandria leggo che non sono più ammessi i berretti con la visiera. In ogni carcere le regole cambiano e se qualche volta il senso è intuibile, se spesso i divieti puniscono episodi accaduti all’interno del carcere, in altri casi rimane il dubbio che dietro ogni negazione vi sia davvero un perché.
Hanawa descrive il carcere di Hokkaido come un luogo pulito, i detenuti ricevono pasti assai vari, possono fare ginnastica, possono guardare la tv tutti i giorni, se la condotta della cella è buona, e una volta al mese si ritrovano in una sala per vedere un film su grande schermo. Ma le regole da rispettare sono assai rigide: i detenuti non possono tenere le maniche arrotolate durante l’ispezione quotidiana, non possono fare parole crociate, pena l’isolamento. Nei giorni festivi ai detenuti è concesso un sonnellino pomeridiano di due ore durante le quali non possono giocare a go né conversare, a letto possono leggere, ma non scrivere lettere a casa.
Durante i turni in fabbrica ogni gesto, dal chiedere il permesso per andare in bagno al domandare uno strumento per il lavoro sono subordinati a una procedura precisa, da rispettare alla lettera. L’intera vita nel carcere scorre così scandita dai ritmi di lavoro, sveglia, bagno: i detenuti si adeguano, si muovono in perfetta sincronia con i rituali e gli orari imposti dal carcere, interpretando il loro ruolo con buona condotta e rassegnazione, e in una continua, quasi ossessiva, attesa dei pasti.
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Coconino Press
Kazuichi Hanawa
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Ho letto e visto, con molto piacere, la recensione di questo fumetto molto particolare. Credo che parlare di carcere (anche se non nostrano) dal di dentro sia sempre utile per far capire meglio a chi sta fuori le incongruenze dello stesso. Questo mi ha ricordato che in Italia come fumetti sul e dal carcere ci siano solo le "storie di Natale" scritte da Sofri e disegnate da Isabella e Sergio Staino.