Alberto Burri, Cretto nero, 1979
Inutile girarci intorno, trovare scuse o alibi. Complotti o dietrologie. Che ci piaccia o no, siamo in isolamento a causa del coronavirus. Ci siamo fermati. Bloccati. Stop. Per quanto? Non lo sappiamo. Due, tre settimane? Un mese, o forse più? Preferiamo non darci risposte certe, le aspettiamo tutti i giorni (anche più volte al giorno) attaccati a startphone, ipad e pc, gli oggetti con i quali abbiamo più rapporti che con gli altri esseri umani. O quasi. Ma non solo le risposte certe non arrivano, ma i mass media ci rovesciano scenari da incubo, con elenchi di morti, contagiati, positivi, come in ogni pandemia che si rispetti. Frontiere chiuse, danni economici incalcolabili, previsioni nere come la pece. Come in ogni pandemia che si rispetti. Solo che noi le pandemie le abbiamo lette sui libri o viste al cinema, ma mai vissute sulla nostra pelle. Sars, Aviaria, Ebola? Lontane, troppo lontane per preoccuparci. L’unica vera pandemia del secolo scorso, l’influenza spagnola che fece migliaia di vittime in Europa, l’abbiamo sentita solo raccontare. Ognuno di noi si sente come un carcerato al quale venga ogni giorno aumentata la pena, e ridotta l’ora d’aria. Senza peraltro poter protestare.
Siamo stati obbligati a fermarci e di vivere a casa, in una sorta di isolamento, anche se confortato dalla tecnologia. Una pausa, che ci costringe a guardarci dentro, come da tempo non siamo abituati a fare. E quindi, pur di non restare soli con noi stessi, faremmo qualunque cosa. Ma, a pensarci bene, l’isolamento è così terribile? Penso alle pagine incandescenti di Primo Levi, che si obbligava a compiere azioni quotidiane per sopravvivere all’orrore del campo di concentramento. Mi viene in mente Alberto Burri, che nei giorni di prigionia a Hereford in Texas cominciò a dipingere, senza sapere che il pennello sarebbe stato il suo destino , e non il bisturi. A Gramsci, che scrisse lettere di incredibile impegno morale durante 8 anni di prigionia, dal 1926 al 1934, o a Nelson Mandela, rinchiuso in carcere per 27 anni, o ancora a Luisa Sanfelice, la rivoluzionaria napoletana prigioniera nel carcere di Castel San’Elmo a Napoli. O alla poetessa Emily Dickinson, che non uscì dalla sua camera per 31 anni, consegnandoci alcuni tra i più bei versi della letteratura americana.
Certo ci diciamo, erano grandi uomini e grandi donne, per sopportare privazioni terribili. Come avevano potuto rinunciare ai cosiddetti “piaceri della vita”?
Adesso tocca a noi. A tutti noi. Grandi e piccoli. Giovani e anziani. Belli e brutti. Simpatici e antipatici. Ricchi e poveri. Tutti nella stessa barca. Come possiamo fare a sopravvivere? Solo se diventiamo anche noi un po’ Antonio Gramsci e Alberto Burri, Primo Levi e Emily Dickinson, Nelson Mandela e Luisa Sanfelice. Più forti, più tenaci, più responsabili, più degni di appartenere al genere umano. Ma soprattutto, pronti a ripartire con più entusiasmo e voglia di vivere, quando questo incubo sarà finito.
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