Categorie: lavagna

ARTS & CRAFTS

di - 13 Gennaio 2018
Incontro Massimo Giacon a Hong Kong, dove è stato relatore in occasione della Business of Design Week. L’occasione è ghiotta per una panoramica “creativa” che non fa riferimento solo al mondo dei fumetti, ambito nel quale Giacon ha iniziato sul finire degli anni ’70, ma anche la musica, il design, e  per tracciare una sorta di bilancio. Per capire come poter far convivere in una sola mano tante “arti”. E il mercato.
Sei di origini venete, ma tutto è iniziato a Bologna nel ’79…
«Più o meno, ero molto giovane, però mi ricordo che l’approccio con il mondo fuori dalla provincia padovana è stato a Bologna. In quel momento succedevano delle cose lì. Io leggevo Alter e c’erano disegnatori che mi piacevano, come Filippo Scòzzari e Andrea Pazienza, che erano anche amici degli Skiantos, il mio gruppo preferito. Così un giorno presi il treno, e mi presentai alla loro casa discografica. Aspettai Freak – Roberto – e ci conoscemmo così, e le prime strips che feci le ho fatte con lui, qualche anno dopo. Allora, sai, era molto più facile incontrarsi…».
Massimo Giacon, Disegno per tessuto Memphis, 1990
Che cosa è cambiato, a parte la tecnologia?
«Penso sia cambiato tutto in meglio. Anche come tipo di produzione. L’epoca era “eroica” perché ti sentivi un po’ nerd e facevi il fumetto contro tutto e tutti. Ora ci sono molte più possibilità. Con i social hai l’opportunità di avere un pubblico vastissimo».
Non ha sminuito un po’ il fumetto?
«Penso di no».
Tolto professionalità?
«Sai, puoi essere un disegnatore dai pochi tratti, e sembra che chiunque possa fare le tue strips. Ma puoi essere un bravo fumettista sapendo fare 4 linee o 100: hai le stesse possibilità di lavorare, se hai inventiva. Non dico che ora tutto debba essere “social”, ma un autore deve essere consapevole di quello che è il suo tempo. All’epoca noi usavamo la fotocopiatrice per cercare di uscire da quello che era il fumetto Bonelli e perché non ci trovavamo in linea con quelli che erano già colonne del genere, come Hugo Pratt e Milo Manara. Loro facevano fumetti “esotici”, a noi interessava il fumetto “della vita”».
Massimo Giacon, Superman, 2012, Ink And Ecoline On Paper, 40×30 Cm
Hai lavorato fianco a fianco con Ettore Sottsass, come te lo ricordi?
«Ho tanti ricordi di Ettore. Oggi tutti vogliono un pezzetto di Sottsass. Con me è stato molto generoso e soprattutto molto divertente. Era una persona che sapeva dire cose molto profonde in maniera molto semplice. E questa è davvero una dote rara. Quando Ettore parlava delle “cose”, di qualsiasi cosa, lo faceva con intelligenza».
I fumetti sono sempre stati considerati “arte applicata”, eppure c’è sempre stata molta attenzione da parte del mercato…
«Io penso che oggi il mercato dell’arte abbia molta paura dell’arrivo arrivo delle tavole originali, per quello tende a considerare il fumetto “minore”. Ma vedo, per esempio, una vera rincorsa ai pezzi degli anni ’80. Noi che li facciamo dovremmo essere un po’ più scaltri e magari venderli tra qualche anno, quando il prezzo sarà di nuovo cresciuto [ride]. Senza dubbio però, pur avendo obiettivamente un valore, l’originale di un fumetto è solo parte del suo processo. Il risultato è democraticamente accessibile a tutti».
Matteo Bergamini
www.massimogiacon.com

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