Categorie: lavagna

In Memoria

di - 10 Settembre 2013
Ho avuto occasione, nel 2012, di scrivere su Juliet Art dell’ultimo libro di Paolo Rosa e Andrea Balzola, L’arte fuori di sé, edito da Feltrinelli nel 2011, dal quale emerge lo spessore intellettuale degli autori, la loro carica profetica, nonché la lucida consapevolezza della necessità di un punto di svolta della nostra cultura.
Il pensiero di Paolo, orientato a perseguire costantemente una coralità d’azione creativa, si è rivolto al raggiungimento dell’immaterialità, alla smaterializzazione dei supporti e degli oggetti. Un atteggiamento necessario, condiviso dai componenti il gruppo dello Studio Azzurro (Fabio Cirifino, Leonardo Sangiorgi e … ) atto a stemperare la densa drammaticità della nostra contemporaneità, troppo spesso avviluppata nel mastice della merce di scambio (anche quella dell’arte). Le tecnologie, i supporti digitali, affermava Paolo, rappresentano un’opportunità, uno strumento per recuperare la memoria di una collettività frammentata; dunque, il tema dell’alterità, che è sempre stato a fondamento del suo progetto artistico, il cui inizio risale agli anni Settanta; fino ad arrivare alle ultime proposte, come “Fare gli italiani” nell’ambito delle celebrazioni dei 150 anni  dell’Unità d’Italia.

Ricordo una lunga telefonata in cui parlammo delle istanze ideologiche e morali che avevano mosso la creatività degli artisti di quei lontani anni Settanta, dove si preferì accantonare il compiacimento estetico per riaccendere nelle coscienze il senso più profondo di appartenenza alla polis. Nel 1976 Paolo iniziò il suo percorso con il gruppo del Laboratorio di Comunicazione militante (con Ettore Pasculli, Tullio Brunone, Giovanni Columbu e Claudio Guenzani).
Ma ora affiorano i ricordi, ancora freschi, della vita di tutti i giorni, quelli che appartengono alla persona, già preziosi alla memoria: quella memoria che lui riteneva necessario ricondurre nell’alveo di una dimensione emotiva e narrativa, sottraendola dai risucchi di una cultura basata esclusivamente sui database.
Ricordo che alcuni mesi fa ero andato a trovarlo allo Studio Azzurro con mio figlio Andrea, alla Fabbrica del Vapore. Ci accompagnò nei vari ambienti. Fu una breve visita tra laboratori e set. Andrea fu molto contento di averlo conosciuto.
Paolo Rosa era l’anima di quel luogo. È cosa nota.
Con lui ho condiviso pochi ma significativi momenti, che mi hanno consentito di apprezzare le sue qualità umane ed intellettuali: con Giulio Calegari nel 1995, quando organizzammo una escursione in Valle Imagna, con l’obiettivo di addentrarci nella grotta Buco del Corno di Bedulita, nei pressi di Bergamo, e in occasione di un convegno che Paolo, Giulio ed io avevamo organizzato nel 1996 al Museo di Storia Naturale di Milano, sul tema delle Convergenze tra Arte e Scienza.
A pochi giorni dalla sua scomparsa, mi tornano in mente alcune tematiche affrontate nel libro scritto con Andrea Balzola, tra le quali quella relativa alla “pratica del dono”, intesa – scriveva Paolo – come “…don’azione” poiché l’operazione artistica concepita in tal modo… «da un lato sottrae la tecnologia alla pura logica funzionale del sistema produttivo, dall’altro sottrae l’arte al sistema di scambio – evitando i contesti e le modalità tradizionali di esposizione, compravendita e collezionismo – restituendo alla comunità l’una e l’altra come bene pubblico, da fruire liberamente e collettivamente».
Un grande ideale, quello di Paolo e di tutto lo Studio Azzurro, incentrato sulla rifondazione di un’estetica non più appoggiata sulle forme e sulle cose ma sui comportamenti, sulle relazioni, sull’impegno a trasformare le occasioni umane, i luoghi in «habitat di stazioni creative, luoghi di gemmazione culturale e relazionale, all’interno dei quali …contrastare il processo di frammentazione e di individualizzazione prodotto dalla diffusione tecnologica e della cultura mediatica».
Tale è la parola espressa, lasciata a noi in eredità, in quel vero e proprio “manifesto per l’età post-tecnologica” che accompagna il sottotitolo dell’ Arte fuori di sé.

Visualizza commenti

  • nemmeno loro così tanto decantati,compresero all'epoca,la vera ontologia dei nuovi media elettronici-digitali,come invece fecero per primi HEIDEGGER,MACLUHAN, MARIO COSTA,ED ALTRI ARTISTI PIù RECENTI COME MAURIZIO BOLOGNINI,GOLAN LEVIN,FRED FOREST,e colui che stà scrivendo questo commento.....certamente compresero la con-divisione possibile attraverso internet che oggi è da molti praticata,superando il rapporto commerciale di scambio,a cui loro comunque sono dovuti ricorrere per sopravvivere.
    Dei pionieri,in italia, insieme a PIETRO GROSSI E IDA GEROSA.Anche internet INDIVIDUALIZZA isolando l'utente-soggetto.ma nello stesso tempo lo collega virtualmente attraverso uno spazio non-lineare, a milioni di altri individui,formando una enorme mente universale,che crea arte in tempo reale....

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