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La lavagna

di - 18 Novembre 2014
Spinti da un disinteresse che non smette di stupirci, sono decenni che gli attori politici si dimostrano inadeguati alla gestione del nostro sistema artistico. Il fatto che il nostro mercato sia tra i peggiori al mondo per quanto riguarda organizzazione e trasparenza non è semplicemente una conseguenza di “non scelte” politiche, ma è motivo di maggior biasimo: l’Italia rappresenta l’1% del mercato globale, e abbiamo difficoltà di management.
È difficile immaginare le modalità attraverso le quali il nostro Paese riuscirebbe a gestire un mercato come quello turco, che si posiziona per il solo comparto dell’arte contemporanea al 7°posto globale.
La nomina di Vincenzo Trione per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia, e le modalità con cui questa nomina è avvenuta, sono soltanto l’ennesima dimostrazione che l’arte nel nostro paese (o quantomeno l’arte contemporanea) è semplicemente vista come un fardello per uomini che hanno l’agenda piena di impegni di maggiore interesse. A noi che invece l’arte contemporanea interessa, e tanto, forse non sta più bene.
È facilmente ipotizzabile il motivo profondo che genera questa apatia politica e organizzativa, e che ci paralizza in una posizione del tutto ridicola nel panorama internazionale. Si tratta di un pregiudizio diffuso che premia l’Italia nel turismo di massa, ma che dissesta e penalizza il Paese nel suo complesso.
Questo pregiudizio lo conosciamo bene, e vede l’Italia come il Paese dell’Arte, nei cui confini si annidano e si riverberano momenti di insindacabile bellezza che rapiscono e suggeriscono con la loro sola presenza, una dimensione più elevata dell’esistenza, un modo di vivere che ha reso l’Italia e gli italiani famosi nel mondo.

Purtroppo, però, questo è uno stereotipo, ed è ormai uno stereotipo anacronistico che rappresenta semplicemente quello che ci fa piacere credere.
Perché queste considerazioni raccontano di un’Italia che quasi non esiste più. E non esiste più perché abbiamo smesso di costruire, di scoprire, di organizzare, di lavorare duramente per creare nell’arte una catena del valore in grado di esaltare i nostri artisti.
Non è necessario scomodare il Rinascimento, l’arte diffusa, il ruolo della chiesa, Firenze e gli altri luoghi comuni soliti: basta guardare oggi, nel mondo, quei Paesi che hanno saputo trasformare la loro relativamente recente tradizione artistica in una industria che produce milioni di dollari e di visioni del mondo.
Basta guardare la Cina, che con i suoi investimenti nell’arte contemporanea è divenuto il primo player a livello globale, basta pensare al Qatar e ai suoi investimenti per fare emergere una classe dirigenziale catariota nei settori artistico e culturale.
O ancora la Svizzera, il Lussemburgo, Singapore, che si sono dotati di Freeport per l’arte, che favoriscono un mercato che cresce ovunque, tranne che da noi.
Se la politica italiana ritiene che l’Arte contemporanea non sia una questione di primaria importanza, deleghi le proprie responsabilità a chi ha già sviluppato una visione del comparto, e che operi di conseguenza. Ma se il nostro governo intende mantenere il ruolo che esercita, allora è necessario chiarire che questa posizione esige competenza.

Competenza nell’individuazione di regole certe, che riescano a favorire l’emergere di un mercato trasparente, in cui i processi di determinazione dei prezzi, e il loro andamento, siano osservabili e confrontabili. Competenza nella creazione di strumenti fiscali e giuridici che riescano a favorire lo sviluppo di un mercato, e che non si limitino a manovre che vadano ben poco oltre l’aspetto comunicativo. Competenza nel comprendere che l’Arte è un settore in grado di favorire la rinascita del nostro sistema economico, e che non mancano attori privati e non, che si impegnano per creare le condizioni di sempre maggiori rendimenti, ma che nulla possono se la struttura del nostro mercato è ancorata a quella visione che vede nel Ministero l’ultimo baluardo di uno stalinismo all’italiana.
In questa fase è estremamente importante riuscire a comunicare al mercato internazionale (investitori, curatori, galleristi e in genere tutti gli addetti ai lavori) come il nostro mercato artistico sia una realtà vitale, con andamenti in crescita, sia nel livello di produzione, sia nella qualità delle nostre proposte.
Ed è questo il fulcro centrale della questione: cosa riuscirà a comunicare Vincenzo Trione dei giovani artisti contemporanei italiani?
È il suo stesso curriculum ad ipotizzare risposte, in quanto oltre ad elencare i vari incarichi e le passate esperienze, in questo documento si legge: “la sua ricerca, situata nell’ambito dei visual studies, si sofferma in particolare sulla stagione delle avanguardie novecentesche”.
La Biennale di Venezia è forse uno dei pochissimi defibrillatori che possono rianimare un esausto e agonizzante mercato. Arrivare impreparati a quella data è un errore dozzinale, come quello dello studente che cerca di superare l’esame studiando la notte prima.
C’è bisogno di Serietà.

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