Soglie, Galleria Latina. Le Galleriste Chiara Pazzanese e Arianna De Silvio
Si dice che incominciare a scrivere su un foglio bianco sia più facile che proseguire un racconto già incominciato. Ma la via più facile non sempre è la migliore e, soprattutto, a volte ci si sente in dovere di restituire qualcosa, di proseguire un percorso che non merita la parola “Fine”. La Galleria Latina è una realtà nota a Roma fin dagli anni ’80. Con competenza, buon gusto e altrettanto senso pratico, Bruno Ciaffi – il fondatore – proponeva gli intramontabili Fiume, Greco e De Chirico alle “Fiere della Casa” di alto livello, diventando ben presto un punto di riferimento fidato per gli amanti del bello in ogni sua forma.
Chiuse le porte nel 2024, con la scomparsa del gallerista, il progetto è stato poi ripreso dalla famiglia nel 2026 ma con un’attitudine del tutto nuova. «La nostra visione non ha confini: proponiamo artisti storicizzati e con percorsi importanti accanto a nomi nuovi della scena contemporanea internazionale. Comune denominatore è una progettualità solida che amiamo seguire anche nella sua evoluzione» racconta Chiara Pazzanese, storica dell’arte che con Arianna De Silvio è oggi alla guida della galleria.
L’idea di fondo è riconoscibile nella collettiva Soglie/Thresholds, visitabile fino al 15 giugno: fra pittura e scultura, video-installazioni e mixed media, i 22 artisti chiamati ad esporre in tale occasione affrontano il tema della “soglia” in quanto luogo di transizione, nell’ossimorica accezione di essere in due luoghi quando non si è in nessuno di essi. «In questo spazio, il visitatore non è un testimone esterno, ma un elemento essenziale del processo – scrive la curatrice Anna Chiara Della Corte nel testo di accompagnamento alla mostra – Vedere significa essere coinvolti in un meccanismo in cui il confine tra chi guarda e l’oggetto guardato svanisce. La soglia smette di essere un margine esterno: siamo noi, con la nostra percezione, a diventare il luogo in cui l’arte accade».
Ed infatti, già all’ingresso della galleria, il visitatore è accolto dall’“opera-soglia” in acciaio di Michele Ciribifera, perfettamente “incastonata” nello spazio espositivo come ad offrire un ingresso alternativo in un universo inesplorato. Al piano terra la dimensione installativa la fa da padrona, sebbene in forme diverse e a tratti antitetiche: bisogna aguzzare la vista con le tavole optometriche poetiche di Alessandro d’Aquila, mentre gli ologrammi acquatici di Michelangelo Bastiani trasformano acqua, nuvole e fenomeni atmosferici in esperienze trasbordanti, sospese tra realtà e illusione. All’opera “acquatica” di Bastiani si contrappongono le Combustioni di Valeria Vaccaro, in cui il fuoco è simbolo alchemico e poetico di purificazione e rinnovamento della materia, e Radici di Nicolas Denino, con il suo rimando alla terra.
Lo sguardo dei passanti è catturato, attraverso la grande vetrina su strada, dall’opera di Daniele Sigalot, la cui grande istallazione di aeroplanini infissi su di una parete bianca gioca con ironia sulle capacità percettive dell’osservatore, grazie al linguaggio semplice e diretto ereditato dal mondo della pubblicità. L’invito al “gioco” (e non c’è nulla di più serio di un bambino che gioca) è accolto anche da Omar Hassan che espone, nelle sue grandi tech in plexiglass, i variopinti tappini delle bombolette spray utilizzati, unendo all’impatto estetico una riflessione sull’identità. Completano l’itinerario al piano terra le eleganti opere di Barbara Nejrotti e Marco Rea, in cui il risultato visivo è frutto di un misunderstanding percettivo dato da luce e ombra, vuoto e pieno.
Al piano superiore, la mostra acquisisce temi più politici. Niccolò Tomaini affida alle sue opere, sempre a cavalo fra analogico e digitale, una arguta critica sul rapporto tra uomo e tecnologia. Sofia Bianchini, Simona Gasperini e Domitilla Verga affrontano invece, ognuna a modo suo – con la fotografia, il collage e le stratificazioni cromatiche – l’inafferrabile concetto del ricordo, nello scarto fra memoria e percezione del tempo, alla perenne ricerca di un passato che non è semplice nostalgia ma connotazione identitaria. I dipinti di Elena Fabris e Filippo Riniolo sono una secchiata di acqua gelida: catapultano il fruitore in un’attualità che vorremmo, forse, dimenticare.
Le tele di Fabris affrontano con feroce ironia il tema del declino dell’Occidente, mentre Filippo Riniolo presenta la sua Pietà, una Madonna di ispirazione bizantina senza volto, con in braccio un bambino avvolto da un sudario identico a quelli che oggi accolgono i corpi delle migliaia dei bambini palestinesi uccisi a Gaza. Completano l’esposizione le sculture sostenibili di Davide Dall’Osso, a cui si aggiungono i lavori di Francesca De Angelis, Fabio Imperiale, Oliviero Pagliaroli, Valeria Patrizi, Giulio Turcato e Michelangelo Conte.
Mentre ancora si discute sul fatto che dei 111 artisti selezionati per la 61esima Biennale d’Arte di Venezia 2026 nessuno sia italiano, sorprende una mostra collettiva tanto nutrita composta esclusivamente da artisti italiani, più o meno noti.
«Ecco, noi non crediamo nel concetto di “tornare profeta in patria” – scherza Chiara Pazzanese – il panorama artistico italiano è in pieno di fermento: artisti storicizzati assolutamente attuali meritano di essere riscoperti, mentre giovani talenti stanno compiendo un percorso innovativo e di crescita a cui è lecito dare spazio. In quanto galleria amiamo costruire con questi professionisti un rapporto di reciproca fiducia e sostegno, analogamente a come si farebbe in una famiglia. Crediamo gli uni negli altri. Nell’era della globalizzazione sta proprio in questo il senso dell’essere gallerista».
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