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La lavagna | Noi e l’arte contemporanea in territori conflittuali. Ovvero: noi e la Palestina. | Note a margine di una mostra

di - 5 Maggio 2014
«Molti occidentali sanno poco delle persone e delle culture del Vicino e Medio Oriente così come dell’Africa, e l’arte può essere uno strumento particolarmente efficace per costruire una conoscenza transnazionale»,  con queste parole, la storica dell’arte americana Linnea S. Dietrich recensiva il saggio di Fran Lloyd Contemporary Arab Women’s Art: Dialogues of the Present sulle artiste arabe contemporanee. Questa affermazione, che risale a qualche anno fa, potrebbe risultare vera ancora a lungo e, di sicuro, pare una premessa calzante per recensire la mostra “Windows from Gaza”, che fino al 4 maggio è stata ospitata presso la b>gallery di Trastevere. La mostra nasce dalla collaborazione di ben quattro associazioni, tra cui Shababik – Windows for Contemporary art, organizzazione culturale con sede a Gaza che si occupa di produzione e formazione di arte contemporanea. A fondarla nel 2003, sono stati tre pittori palestinesi – residenti a Gaza – Majed Shala, Basel Al-Maqousi e Shareef Sarhan.
Sin dal 2010 Shababik collabora con la Onlus Fotografi senza frontiere per creare laboratori permanenti di fotografia per i bambini della striscia di Gaza. Infatti, parte dei proventi delle vendite della mostra è destinato a sovvenzionare questo progetto. Lo sbarco da Gaza a Trastevere è avvenuto, infine, a cura dell’associazione culturale di Simona Cresci e Federica Romano, la SF Art Working, che si occupa da anni di progetti curatoriali e didattici nel campo del contemporaneo, e con il sostegno di VIK, Centro italiano di scambio culturale a Gaza.
Il dispiegamento di tali forze per un’esibizione è presto spiegato dalle parole chiarificatrici della cooperante italiana Meri Calvelli. Sono molte, ma mai abbastanza, le “finestre” che, come Shababik, VIK e Fotografi senza frontiere, operano come ponti tra un territorio critico e il resto del mondo. La situazione di occupazione militare a Gaza costituisce di fatto un ostacolo per qualsiasi interazione culturale che non sia strettamente veicolata dalle Onlus e dalle associazioni riconosciute dal governo israeliano. Per chi si intendesse più di arte che di relazioni internazionali, basti pensare al recente film di Khaled Hourani dal titolo Picasso in Palestine, presentato a Documenta13, dove l’artista documenta l’estenuante lavoro burocratico durato anni per trasportare ed esporre da Amsterdam ai territori palestinesi un capolavoro di Picasso.

Quando Edward Said descriveva la condizione del suo popolo palestinese, parlava di un popolo “esiliato dagli esuli”. Con questa affermazione, lo scrittore si riferiva ad una condizione di dislocamento non solo geografica, ma soprattutto storica e identitaria. Non è soltanto un popolo senza una terra, ma un’identità nazionale al di fuori di ogni nazione e di conseguenza, una storia fuori dalla Storia.
È forse per tutti questi motivi, che pensare ad una mostra di artisti palestinesi in termini curatoriali risulta ancora oggi una sfida piuttosto ardua in termini di contestualizzazione e comunicazione. Da una parte, la difficoltà nell’accettare una classificazione geografica così stretta in un universo del contemporaneo che quasi sempre scavalca le localizzazioni territoriali, dall’altra parte, la necessità di non parlare solo di arte, di subordinare il discorso estetico ad una contestualizzazione geopolitica non trascurabile,  di fare delle opere strumenti di conoscenza transnazionali.
Poca sorpresa, infatti, nello scoprire che nessuno degli entusiasti avventori sapesse che a Gaza l’elettricità va e viene, oppure che per nessuno di noi sia possibile passare la frontiera per andare a farsi una vacanza avventurosa. Se, come ribadisce il padrino dell’iniziativa Andrea Camilleri nel video prodotto da FSF, l’arte è nei territori di Gaza una necessità sociale, una forma di sopravvivenza in quanto costruzione di identità, cos’è che dobbiamo vedere, noi, in questa mostra?
Quand’è che la storia presente giustifica l’arte e quando invece l’arte si emancipa dalla sua storia?

Nelle parole dei cooperanti, negli intenti delle associazioni presenti, lo scopo ultimo dell’esposizione sembra quello di dare la possibilità a tre artisti di uscire fuori dalla loro striscia di esilio attraverso le loro opere. In più, con i proventi delle vendite, verranno finanziati nuovi progetti educativi a Gaza.
Ma cosa fa, di questa esposizione, una mostra?
È come se, indicando queste virtuose “finestre” su Gaza, tutti finissero per guardare il dito.
In un saggio del 2009, Contemporary Art in the Middle East, la critica d’arte Nat Muller dice: «Se vogliamo predisporre le condizioni per analizzare la pratica artistica contemporanea, dobbiamo guardare oltre e al di là dei segni d’identità etnica, politica e geografica, per quanto essi siano importanti, e lasciare che l’arte parli prima e soprattutto per se stessa – o in altre parole, lasciare che gli indizi storici e socio-politici parlino attraverso l’arte, piuttosto che il contrario».
Alla luce di questa complessa sfida curatoriale, la mostra rappresenta un’interessante spunto di riflessione sui limiti e le responsabilità, in genere, di fare e promuovere l’arte contemporanea in territori conflittuali (anche per la coscienza occidentale) e in Palestina in particolare.
Roberta Palma
mostra visitata il 16 Aprile
Dal 16 aprile al 4 maggio 2014
Windows From Gaza
b>gallery, Piazza Santa Cecilia 16, Roma

Nata ad Aversa nel 1988 si è specializzata in arte contemporanea all’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con diverse realtà di Roma e Milano, dalle gallerie al no-profit. Dal 2013 al 2015 fa parte del collettivo internazionale 7x8curators. Attualmente parte di un progetto di ricerca didattica presso il Mart di Rovereto, collabora con Exibart dal 2014.

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