Categorie: lavagna

LE IDEE

di - 3 Gennaio 2015
Chi si interessa di arte e di cultura, dovrebbe leggere un paio di libri – molto fortunati – del professore di filosofia politica di Harvard Michael J. Sandel. Per esempio Quello che i soldi non possono comprare (Feltrinelli). Uno dei motivi di interesse del libro riguarda il dovere del giudicare, che sembra essersi perso in molte sfere delle nostre società, persino in quelle costituite essenzialmente da giudizi di valore, come la sfera dell’arte.
«Chi sono io per giudicare gay e divorziati?», ha detto il papa, applicando con giudizio una delle esortazioni più ripetute dei vangeli, (Luca 6,37; Giacomo 4,12…). È facile vedere come persino questa esortazione a non giudicare richieda l’esercizio della facoltà di giudizio: deve essere applicata nel modo giusto ai casi giusti. E la “giustezza” dell’applicazione non è garantita da alcuna regola (e se lo fosse, anche questa regola dovrebbe essere applicata nella maniera “giusta”, pena il regresso all’infinito).
Si pensa spesso che una società pervasa da un atteggiamento “non judgmental”, come dicono gli americani, sia – se non evangelica – più compassionevole, più solidale, più empatica, più democratica e di sinistra, e dunque meno discriminatoria, meno violenta, meno ingiusta. È ovvio che in molti casi le cose stanno così: per esempio quando non si sanno distinguere (e distinguere è ancora discriminare, dunque ancora giudicare…) convinzioni e condizioni. Ha senso giudicare una convinzione, molto meno giudicare una condizione (essere gay o divorziati, avere la pelle bianca o nera, essere alti o bassi etc.).

Ma l’atteggiamento “non judgmental” va di pari passo con delle convinzioni molto discutibili. La prima e più ovvia è quella che delega il giudizio a degli automatismi, veri o presunti tali: a sostituire il giudizio è chiamato “l’automatismo” del mercato. Sarà questo a emettere il verdetto sulla giustezza di quel che accade. Se la “domanda” è forte, sarà anche giusto aumentare l’offerta, perché voluta dai più. In questo modo si massimizza l’utile (la felicità generale o il profitto). Inutile, sbagliato, “ideologico” sarebbe promuovere beni o idee che solo pochi vogliono. Peccato che il mercato è non solo sempre truccato (da privilegi e debolezze di partenza), ma ha anche un solo metro di giudizio (il profitto), e dunque è insieme ingiusto e corruttore. La corruzione, infatti, si verifica ogni volta che un giudizio è motivato da un elemento estraneo o improprio rispetto al valore della cosa giudicata: non il merito di un progetto, ma il denaro che viene offerto illegalmente per aggiudicarselo; non la dignità (culturale, artistica, morale) di qualcuno o di qualcosa, ma il ricavo in termini di “utilità” (di denaro, di amicizie, di consenso). La motivazione “impropria” di un giudizio non è, infatti, solo ingiusta, ma intacca la natura del suo oggetto, corrompendola. Tanto per fare un paio di esempi ovvi: un dono dato per calcolo corrompe la natura del dono; un’opera d’arte acquistata come investimento e tenuta in cassaforte corrompe la natura dell’opera. Nulla cambia nella materialità delle cose “donate” o acquistate. Ma tutto cambia nel loro valore “immateriale”, che costituisce la loro vera natura.

Mi vengono in mente esempi anche più concreti e particolari: degli appalti sospetti, come quelli che hanno assegnato tutti i ristoranti di tutti i musei di Roma – e altro – a una sola società (“Relais le jardin”, di proprietà del genero di Gianni Letta), non sono solo ingiusti, ma corrompono qualcosa che dovrebbe essere parte integrante di un museo, funzionando come luogo di scambio e convivialità, di incontro e di conversazione, di allegria e di vita: all’estero, spesso i ristoranti dei musei sono affidati a cooperative di giovani, inventivi e magari a “km 0”, mentre in molti musei romani si percepisce come una sorta di tanfo mortale, lo stesso che esala dai pacchiani ristoranti di lusso delle nomenklature, dai ricevimenti di matrimonio dei mafiosi, dai potenti azzimati. E partendo dal ristorante, il tanfo si allarga a macchia d’olio, rivelando via via i modi in cui lo stato, le amministrazioni e le molte camarille di cittadini loro complici corrompono arte e cultura.

Insegna Estetica a l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Ha insegnato a lungo negli Stati Uniti ed è docente dell’Istituto Freudiano di Roma. Oltre ai temi classici dell’estetica analitica e continentale, è interessato ai problemi filosofici e politici connessi all’arte contemporanea e ai nuovi media. Tra le sue pubblicazioni in volume, La filosofia e le arti. Sentire, pensare, immaginare, Laterza, 2012; Estetica analitica. Un breviario critico, Aesthetica, 2008; Storia filosofica dell'ignoranza, Laterza, 2003; Il ‘non so che’, (con P. D’Angelo), Aesthetica, 1997; Sapienti e bestioni, Pratiche, 1995; Adolf Loos, De Donato, 1988.

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