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Ma come si dovrebbe sfruttare il prezioso “petrolio” italiano? |

di - 29 Gennaio 2013
La bella Italia che non seduce gli italiani. Questo il titolo di un editoriale di Massimo Gramellini apparso sulla Stampa un po’ di giorni fa, nel quale il vicedirettore del giornale torinese, a fronte di un industria culturale internazionale capace di fondare i propri successi commerciali sulla tradizione della cultura italiana, lamenta la paradossale incapacità degli italiani stessi di far fruttare tale bagaglio artistico, letterario, politico e intellettuale. “Perché l’Inferno ispira romanzi a Dan Brown e non a Sandro Veronesi? Perché le gesta del Gladiatore sono state narrate da Ridley Scott e non dall’epico Tornatore?“ si chiede il giornalista piemontese.

La negligenza, o “presbiopia esistenziale” nelle parole di Gramellini, ha due facce: c’è il rimpianto per un settore, quello del turismo, dell’arte, della letteratura e dello spettacolo in genere, raramente in grado di sfruttare economicamente il nostro patrimonio – il petrolio italiano, come lo stesso giornalista lo definisce –; e c’è l’accusa, rivolta ad artisti, educatori e intellettuali, di lasciar morire quel patrimonio, senza valorizzarne gli aspetti più importanti, senza riattivarne le principali istanze, senza in definitiva la capacità di arricchire culturalmente una nazione seduta in modo passivo su di un patrimonio di conoscenze, bellezza e cultura senza pari al mondo.

“Perché rifiutiamo di essere il gigantesco museo a cielo aperto, arricchito da ristoranti e negozi a tema, che il mondo vorremmo che fossimo?” rincara la dose poche righe sotto Gramellini. Che sembra però non voler contemplare l’ipotesi che proprio queste sollecitazioni, di cui non è il primo e non sarà l’ultimo a farsi portavoce, si muovano tra le maglie strette di un pensiero e di un sistema che ha contribuito in modo determinante a dar vita all’impoverimento e allo stallo denunciati.

Il termine cui spesso ci si richiama, implicitamente o esplicitamente, per riaffermare la necessaria riscoperta della ricchezza culturale, è quello di valore. E la cultura, presa in esame come un valore, non può che soffrirne.

Lo spostamento che essa subisce è infatti duplice. Da un lato, c’è un innalzamento che la porta ad abbandonare il mondo dell’esperienza comune, per entrare a far parte del mondo incantato dei feticci da adorare. Ci sono così i grandi musei, con capolavori intoccabili e ordinamenti museologici appiattiti su stanchi criteri cronologici; i centri storici delle città d’arte, con monumenti e opere capaci al massimo di testimoniare una Storia pensata, come Nietzsche già indicava nella seconda delle Considerazioni inattuali, come oggetto di antiquariato, che grava con la sua tradizione sul presente, che ad essa guarda come ad un’età dell’oro omogenea e inarrivabile. Gli stessi centri storici che allontanano i propri cittadini, per riempirsi di turisti pronti al consumo nelle decine di negozi a tema invocati nell’articolo.

Dall’altro lato, una cultura espulsa dall’esperienza, può rientrarvi solo attraverso un abbassamento che la relega nel mondo del consumo delle merci. Eventi culturali e grandi esposizioni, che spesso condividono con la controparte feticistica la stessa incapacità critica. Divulgazione popolare di grandi classici, depotenziati e ripuliti dalle asperità concettuali, pronti ad un consumo quanto più rapido tanto più passivo. Non più formazione, ma informazione, come Adorno lamentava nel suo scritto sulla Halbbildung di mezzo secolo fa.

Così, tra feticcio e merce, a venir chiuso è lo spazio per un’esperienza comune capace di mettere in discussione ciò che è più facile dare per acquisito pacificamente. Gramellini auspica un’Italia che, per uscire dal declino che sembra dietro l’angolo, accetti di “essere la memoria di se stessa”. Un’Italia cioè che continui, con più forza se possibile, sull’onda della nefasta idea che tutta la grande tradizione culturale sia eterna, sfruttabile e che dialoghi sempre con il presente. Precludendosi la possibilità di riscoprire ciò che di quel passato è rimasto inosservato o nascosto, ed evitando al contempo il rischio più grande e a volte più reale: che quel passato, alla luce dei tanti ponti rotti con esso dalla contemporaneità, non sia più parte della nostra esperienza. Lo spazio della riflessione, del giudizio, quello spazio pubblico che in Hannah Arendt è il Mondo distinto dalla Vita, è proprio il luogo in grado di fuggire l’elitarismo intellettuale tanto quanto il consumo acritico di massa, per una verifica del vecchio e, soprattutto, per la formulazione del nuovo. Ed è ciò di cui abbiamo veramente bisogno. Non abbiamo bisogno invece dei libri sull’Inferno e dei film sui gladiatori romani. Quelli, lasciamoli all’industria culturale americana, che si diverte tanto.

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