Inauguriamo una nuova rubrica, i cui antefatti avevate potuto scoprire su Exibart.Onpaper 96. Il tema? La cultura come processo di scambio, che avviene attraverso la ricerca etnoantropologica, e il museo, quel contenitore che negli anni si è evoluto lasciando il posto â talvolta â a unâidentitĂ di âcontenitoreâ, ma che invece â per sua natura â deve posizionarsi come uno spazio ibrido che possa parlare dellâuomo e del suo sapere mantenendo ancorata una coscienza del passato per non scivolare sul presente, e mantenendo lo sguardo nel tracciare unâipotetica linea del futuro del sapere dellâuomo.
Il museo non è unâistituzione necessaria. Sempre chiamato a riaffermare il proprio diritto allâesistenza nel sistema della cultura e nella societĂ , pone continuamente in discussione non solo la sua pratica ma anche se stesso, il modo e il senso della sua presenza nel mondo. In bilico tra teoria e prassi, un museo deve saper conciliare esperienze opposte: una tensione alla storicizzazione e uno sguardo alla contemporaneitĂ , mostrando la capacitĂ di adattarsi di volta in volta alle circostanze presenti. Tale irriducibile conflitto diviene ancora piĂš gravoso se sommato alla difficoltĂ del museo contemporaneo di farsi carico di una pluralitĂ di storie e oggetti da dover mediare.
âForeign Gods. Fascination Africa and Oceaniaâ è il titolo di una delle mostre della trascorsa stagione del Leopold Museum di Vienna. Lâesposizione ha proposto una comparazione tra alcuni manufatti âesoticiâ ed opere delle avanguardie moderniste, lasciando emergere lâinfluenza del formalismo tribale sulla produzione artistica novecentesca.
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Lâimpalcatura della mostra ha riecheggiato numerosi allestimenti che, a partire dagli anni Ottanta con âPrimitivism in 20th Century Artâ e âMagiciens de la Terreâ, hanno suscitato clamore e generato critiche per via dei limiti riscontrati nelle loro impostazioni eurocentriche. La celebre mostra del MOMA ad esempio, affiancando manufatti âprimitiviâ ad opere avanguardiste, è stata accusata di aver mantenuto lâinteresse dichiaratamente su queste ultime, trascurando le funzioni degli oggetti tribali e il loro contesto originario. La parigina Magiciens, sebbene collocasse sullo stesso piano artisti provenienti dai cinque continenti con lâidea di generare un dialogo interculturale, ha voluto tracciare un territorio comune a tutte le opere negli aspetti irrazionali, esoterici e rituali. Molti critici dâarte e diversi antropologi hanno per questo giudicato il progetto generico quanto universalizzante, confuso ed arbitrario nel suo cercare di fissare uno schema di giudizio globale.
A trentâanni di distanza da queste due mostre e alla luce dei discorsi sollevati, lâintento curatoriale della recente esibizione viennese, nonostante il debole accenno alla prospettiva critica postcoloniale con lâopera di Kader Attia, sembra avere nuovamente lâaspirazione di proporre un confronto formale tra opere moderne e manufatti âprimitiviâ, non trascurando di esibire e celebrare la vasta collezione africana e oceaniana del museo austriaco.
âForeign Godsâ potrebbe essere il pretesto per ripensare allâorigine delle collezioni primitiviste europee, ovvero al processo di appropriazione coercitiva esercitato dalle istituzioni occidentali a danno delle culture âaltreâ. Non è un tema nuovo quello della rivendicazione di alcune minoranze rispetto agli oggetti sottratti al loro uso originario o tradizionale e giunti nelle teche dei musei occidentali. Questâistanza ha contribuito, nel tempo, a svelare i sistemi di classificazione e interpretazione degli oggetti âesoticiâ allâinterno delle strutture museali. Il museo è emerso allora come istituzione storica, parte di una narrazione occidentale e autoritaria, capace di appropriarsi di unâaltra cultura allo scopo di costruire una propria identitĂ in modo oppositivo ad essa.
Come dimostra il progetto del Leopold, lâattitudine a includere in un processo autorappresentativo lâalterità è tuttavia ancora parte integrante di molti progetti espositivi.  Sostanza e funzione non sono mutate, il pretesto è ancora quello della messa in mostra delle differenze culturali delle quali gli stessi oggetti esotici sono veicolo formale. E dunque ritorniamo a chiederci instancabilmente: Chi può assumere su di sĂŠ lâautoritĂ di decidere che cosa esporre e quando esporlo? In base a quali criteri? Quale il suo mandato?
Il museo potrebbe farsi carico della parzialitĂ della sua visione purchĂŠ consapevole ed esplicita, potrebbe abbracciare una modalitĂ espositiva che presenti lâalteritĂ contemplando il contesto di interazione tra culture e la storia, spesso di dominio, allâinterno della quale sono transitati i manufatti non occidentali. Sembra infatti questa lâunica possibilitĂ data a un museo dalle ambizioni sempre piĂš globali, destinato a sopravvivere solo se capace di interrogarsi costantemente sulla sua ragion dâessere.
Elisabetta Zerbi