Categorie: lavagna

Senti chi parla

di - 27 Dicembre 2014
Da dove iniziare per uno scatto fotografico sullo spreco nell’arte contemporanea in Italia? Direi dagli artisti, che sono le prime vittime di un sistema Paese che non li riconosce e non li difende, laddove lo sciovinismo in questo settore, proprio perché siamo in un mercato globale dove tutti vogliono conquistare quote, è fortissimo. Tagliati fuori dai grandi circuiti internazionali, senza né curatori né gallerie in grado di affermarli, i nostri artisti, salvo qualche rara eccezione, vivacchiano alla ricerca di uno spazio vitale. Paradossalmente, l’unica fonte di protezione è proprio il mercato che periodicamente inventa qualche autore italiano, fino a quel momento del tutto trascurato e sottovalutato, da spingere, gonfiandone prezzi e valutazioni. Ma un artista le cui quotazioni volano nelle aste (a Londra ed a New York, non certo in Italia) non apre alcun varco ai tanti talenti che pure abbiamo e che non riusciamo ad esportare.
Dopo gli artisti, il secondo anello debole della catena: i galleristi. Ne abbiamo tanti competenti, generosi e coraggiosi. Ma che cosa possono fare, schiacciati da una concorrenza che li considera irrilevanti e privi delle risorse finanziarie, oggi indispensabili laddove l’arte contemporanea, in termini di mercato, si avvicina molto a una delle tante commodity quotate? Anche loro vivacchiano, e per quadrare conti sempre più a rischio fanno affidamento sui collezionisti internazionali, non certo su quelli italiani che per gli acquisti importanti scelgono quasi sempre piazze (aste, gallerie e fiere) straniere. Ma che cosa potrebbe fare un governo che avesse a cuore, nell’interesse nazionale, il sistema Paese in materia di arte contemporanea? Poche ma essenziali cose. Per esempio, tagliare i costi dell’Iva, tra i più cari del mondo. Favorire i giovani, le nuove tendenze, la ricerca, come avviene in Paesi a noi vicini, vedi la Francia, attraverso finanziamenti e acquisizioni, magari spinte anche da contribuzioni private. E innanzitutto scegliere, in materia di politica museale ed espositiva.

Negli ultimi anni, spinti anche da mode e tendenze che non sappiamo governare, probabilmente di spazi pubblici per il contemporaneo ne abbiamo fatti anche troppi. Salvo poi non riuscire a curarli, con mostre e collezioni all’altezza delle aspettative iniziali. Prendiamo il caso di Roma. Qui, nella capitale italiana, ci sono due musei pubblici, uno statale, il MAXXI, e uno comunale, il Macro, ancora irrisolti nel loro ruolo. Il primo paga il prezzo di un’assurda commistione, che risale alle sue origini, che mette insieme architettura e arte contemporanea, con spazi espositivi poco adeguati al secondo settore di sua competenza; il secondo è di fatto in via di liquidazione, per l’insipienza e il provincialismo dell’amministrazione comunale di Roma. Il risultato finale è un paradosso: la migliore collezione, a cavallo tra moderno e contemporaneo, a Roma è nelle mani della Galleria Nazionale di Arte Moderna (GNAM), uno spazio troppo spesso trascurato sia in termini di finanziamenti sia sul piano delle visibilità mediatica. E le migliori mostre di contemporaneo si fanno in un museo di arte antica, la Galleria Borghese, dove grazie al solitario lavoro di una direttrice coraggiosa, Anna Coliva, da anni si sta sperimentando con successo un percorso di contaminazione tra antico e contemporaneo, imitato perfino da un grande museo come l’Hermitage di San Pietroburgo.
Con i musei di contemporaneo, a proposito di Beni culturali, abbiamo fatto più o meno lo stesso sciagurato errore delle università: ovunque un assessore, un sindaco, un onorevole, lo avesse voluto per mille motivi (innanzitutto quello della propaganda personale) abbiamo fatto nascere uno spazio espositivo. E come qualcuno ha chiesto di battezzare, provocatoriamente, i comuni de-universitarizzati, così bisognerebbe prevedere i comuni de-musealizzati.

Infine, l’ultimo ma non meno importante anello, quello delle fiere, che in qualche modo dettano la linea sugli orientamenti del mercato. Anche qui: perché non scegliere? E magari puntare su quella di Torino, sicuramente la più avanzata sia sul piano della riconoscibilità internazionale sia dal punto di vista di una identità visibile e riconosciuta in una città da sempre impregnata di arte contemporanea. Torino, e non Bologna, ormai ridotta a una fiera paesana, poco significativa per tutti. Ma scegliere, lo sappiamo, significa avere un’idea forte in testa, e difenderla anche dalle pressioni dei piccoli e ben organizzati interessi di categorie. Due cose che in Italia non riusciamo quasi mai a fare.

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