Categorie: lavagna

TRE DOMANDE A…

di - 5 Marzo 2019
Tra i vari appuntamenti dell’ultima edizione di Arte Fiera, ancora in corso, suggerisco la mostra “Nirvana”, personale di David Casini, visitabile presso CAR DRDE (Bologna) fino al prossimo 30 marzo. Di seguito la mia chiacchierata con l’artista.
“Paesaggio, natura morta, architettura, e, infine, museo”, questi sono gli elementi che costituiscono i tuoi microcosmi in mostra da CAR DRDE: come li hai messi in dialogo?
«Ogni scultura, anzi l’intera mostra è costituita come una sorta di sistema di scatole cinesi, dove gli elementi si compenetrano l’uno con l’altro formando un microcosmo stratificato e complesso. Il nucleo di partenza è rappresentato dai paesaggi bidimensionali scattati con lo smartphone e stampati su schermi di cristallo temperato usati per proteggere telefoni e tablet; questi schermi sono incastonati in sottili strutture metalliche, che a loro volta s’inseriscono in una natura morta tridimensionale a dimensioni reali; quest’ultima è sospesa su una base lignea intarsiata che imita le pavimentazioni di musei d’arte contemporanea; il tutto è protetto da una teca di vetro che è allo stesso tempo contenitore e struttura scultorea. È come se tutti gli elementi della natura e dell’ingegno che conosco trovassero una quadra in uno spazio totalmente autarchico, che si autogoverna».
Teca e spazio libero, spazio interno e spazio esterno: in che modo le tue “realtà sospese” si collocano nell’ambiente, come si rapportano ad esso?
«Le tre teche sono come pianeti di una stessa galassia, dunque ho scelto di allestirle sospese su altrettanti puntelli da cantiere, che diventano simbolo dell’atto del costruire. Per continuare con la metafora delle scatole cinesi, il “cantiere” costituisce un ulteriore “ambiente” contenuto a sua volta dall’ultima scatola: lo spazio della galleria».
David Casini Natura Morta I – II _2019_CAR DRDE Bologna
Per Arte Fiera 2019 hai fatto un en plein di presenze: i tuoi lavori sono stati esposti in tre mostre “Nirvana”, “Alchemilla” e “Panorama”. In che modo le tue opere s’inseriscono in situazioni diverse? Come mutano resa e significato a seconda del contesto? Quale aspetto resta, invece, costante?
«L’opera esposta nella collettiva “Panorama”, a cura di Claudio Musso, fa parte della stessa serie delle sculture di “Nirvana”, dunque il collegamento è evidente. Ciò che cambia è l’allestimento: alla Fondazione del Monte ho preferito una base più classica, perché si adattava meglio al percorso espositivo. In “Alchemilla”, a cura di Fulvio Chimento, sono esposti invece lavori realizzati tra il 2015 e il 2018, che sembrano “emergere” dall’atmosfera onirica, preziosa, quasi sacrale, di Palazzo Vizzani-Sanguinetti, come fossero sempre stati lì. Apparentemente possono sembrare opere piuttosto diverse dalle ultime, in realtà s’inseriscono tutte nella stessa indagine che si muove tra la storia dell’arte e l’architettura, grazie al dialogo di elementi eterogenei, come la scultura sospesa “Madonna Casini” che rende omaggio all’omonimo dipinto del Masaccio (detto anche Madonna del Solletico), reinterpretandola tramite forme astratte e texture contemporanee che si muovono impercettibilmente; oppure, le due opere che partono dai ritratti delle donne di Picasso, resi irriconoscibili grazie alla scomposizione e ricomposizione delle stampe contenute in cataloghi storici».
David Casini, Acquaborra 2019, CAR DRDE Bologna
Per Acqua Leona, Dal 23 giugno al 2 luglio e Nirvana hai utilizzato, tra gli altri materiali, anche i vetri temperati comunemente utilizzati per smartphone e tablet, le stesse fotografie sono realizzate con Iphone: qual è il tuo rapporto con la tecnologia?
«Mi affascina tutto quello che è iper-tecnologico, come ad esempio questi vetri che hanno uno spessore inferiore al millimetro, su cui ho voluto “bloccare” immagini che erano state fotografate proprio tramite cellulare. Mi piaceva utilizzare l’elemento temporale di questi supporti che grazie alla ricerca inarrestabile hanno vita breve: nel giro di pochi anni sono destinati a diventare parte del passato».
Perché la scelta di accompagnare la tua esposizione non con un testo critico in senso stretto, ma con un racconto? Qual è il valore aggiunto? Come “pregnanza ritmica” e parola completano e/o esaltano i tuoi lavori?
«Volevo che ad accompagnare la mostra fosse un racconto, più che un testo critico nel senso più stretto del termine. Credo che in un’opera d’arte ognuno ci veda quello che vuole, ed è giusto così, dunque perché non scegliere un linguaggio più narrativo? Katia Tufano, che conosce profondamente la storia dell’arte e il mondo del contemporaneo, è stata molto brava ad accogliere la mia proposta e a costruire una storia che si struttura per immagini, pensieri liberi e fuori dagli schemi».
Maria Chiara Wang

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