E’ un escurs strano quello che Anna Ottani Cavina (docente di Storia dell’Arte moderna all’università di Bologna) propone nelle pagine del suo saggio: un viaggio tra le nuove propensioni della pittura di paesaggio nella Roma settecentesca ad opera di artisti francesi, olandesi, tedeschi inglesi e svizzeri; si noterà la mancanza (o quasi) di autori italiani, in quanto ancora troppo soggiogati da un “mercato” che pretendeva una “buona pittura”. Il cammino inizia proprio con la lettura delle opere di Giovan Battista Piranesi, delle sue rovine, dei suoi muschi, che in un certo senso incutevano una sorta di “timore” verso una natura che sa sovrastare l’attività umana…ma prosegue con le opere di David e della sua cerchia (ricordiamo che in quel periodo i pittori francesi facevano più di un soggiorno in Italia, proprio per studiarne l’arte, i paesaggi, la storia), con l’implicita competitività che si creava tra di essi, lo stile differente, le analogie di gruppo….Ecco che compaiono i capitoli che annunciano le nuove tendenze dei maestri: dalla rilettura delle città in chiave geometrica (Valenciennes e Saint-Ours), alle personali vedute romane di Louis Gauffier; dalla città antica secondo Poussin, alla sua stessa analisi “geometrica” della natura. “I paesaggi della Ragione” delinea lo stile diverso di ogni artista trattato, segnando (con dovizia di particolari) le fasi intermedie di studio ed i fondamenti storici che lo scaturirono, senza tralasciare (anzi, direi proprio marcando) una tendenza particolare che in un certo senso li accomunava. Il saggio combina l’importanza del segno, dell’arte figurativa, del ritratto con lo studio delle architetture, del paesaggio, della storia…ed infatti, sotto questa luce, il capitolo dedicato alla riscoperta del dorico (con in primo piano il lavoro di Humbert de Superville) traccia proprio la maturazione di questo traguardo. Nella seconda parte del volume, Ottani Cavina illustra l’avvento del nuovo modo di dipingere il paesaggio, che non è più solo riproduzione ma che diviene “veduta relativa”.
Un saggio, che quindi percorre binari insoliti di analisi della storia di fine ‘700, elaborando una visione “altra” dell’operato di artisti dediti all’interpretazione del paesaggio, ma non solo…”I paesaggi della Ragione” è scritto con la complessità di un documento scientifico, ma affascina come una spy-story: il lettore sarà coinvolto, tra analisi di documenti storici ed elaborazione teorica, verso l’apprezzamento per la genialità di un tipo di pittura, che non sembrerà più solamente rappresentazione di paesaggi per la delizia di committenti, ma che risulterà essere un vero e proprio concentrato di “pensieri” circa il “paesaggio”.
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perfetto. Cercavo un libro simile per la mia tesi.
grazie