Categorie: Libri ed editoria

LIBRI | I capi della città su fino all’etere

di - 2 Luglio 2012
Un amico di Ezra Pound aveva una teoria sulla poesia: sosteneva che nessuno leggesse tutte le parole contenute in una pagina. All’opposto, nelle liriche di Jack Spicer si è tentati di leggere anche le parti che “fanno difetto”, in cui il linguaggio è menomato da sincopi e singulti. Nonostante fosse un linguista, Spicer si esprimeva con uno stile antiaccademico, volutamente sgrammaticato, a volte inconcludente, come fosse mal sbozzato o impermeabile alle leziosità della scrittura. Benché peccasse di una certa ingenuità, i suoi versi erano sempre venati da una bellezza fosca e al fulmicotone. Esponente di punta della San Francisco Renaissance (ma ancora semisconosciuto in Italia), Spicer fondò la Six Gallery con alcuni amici pittori e poeti. Paladino della costa occidentale, era in aperta polemica con la generazione dei Beat, Ginsberg in primis, e Ferlinghetti in particolare, al quale non risparmia le sue invettive neppure in questo libro, apostrofandolo come «un’insensata pseudoparola». Per Spicer la poesia non doveva essere una forma di auto-espressione ma uno strumento di ricezione e di trascrizione; per avvallare la sua idea di Poetry as dictation era solito paragonare i poeti a delle radio a galena che si abbandonano al flusso delle parole. Questa “dettatura” (frammentaria e a singhiozzo) si pone a metà strada tra la tecnica del cut up e del cadavre exquis. Lo stesso Spicer sembra ammettere il proprio debito con l’automatismo psichico di Breton quando dichiara che il movimento surrealista è un affare di poeti che non hanno niente da dire al proprio pubblico. Ma soprattutto: «il Surrealismo è l’intenzione di non far combaciare le cose. […] Non un gesto di disprezzo per la sparpagliata natura della realtà. Non perché i pezzi non abbiano fatto in tempo a combaciare. Ma perché questo sarebbe il solo modo per ottenere un’alleanza tra vivi e morti». Ed è proprio in mezzo ai vivi e ai morti che si pongono tutti quegli spettri che lo scrittore concepisce come anti-immagini.
Negli ultimi dieci anni di vita, Spicer giunse a sconfessare l’efficacia delle singole poesie e si decise a comporre in serie, facendo fede a quella progettualità che è alla base di questo libro, la cui struttura ternaria ha indotto Paul Vangelisti a definirlo come la «non-proprio-divina Commedia di Spicer». Nella prima parte, intitolata Omaggio a Creeley, assistiamo a una discesa agli inferi, vale a dire la città di Los Angeles, dove l’autore viveva. In questi gironi infernali, dove è «piuttosto difficile distinguere una persona dall’altra», vengono scomodate le figure di Euridice, Persefone, Orfeo, Cegeste, ma anche Dante, Giovanna D’Arco, Dillinger, e persino dei coccodrilli e dei conigli che rimandano al Paese delle Meraviglie di Alice. Il riferimento a Lewis Carroll si esplicita nell’evocazione degli specchi – fonte di illusione, vanità, inganno – e nell’allusione a Humpty Dumpty, in quanto le parole «misteriosamente si rivoltano contro chi le usa». Nella seconda parte, Falso romanzo intorno alla vita d’Arthur Rimbaud, l’autore delle illuminations ri-nasce in un ufficio della posta in giacenza e finisce per trasformarsi in un telegramma. L’intermezzo serve a Spicer per palesare la sua appartenenza alla cultura queer e per introdurre il lettore nel purgatorio del linguaggio. Infine, in Manuale di poesia, l’autore sonda il territorio magico ma nient’affatto paradisiaco della scrittura, ove troviamo compendiate le teorie e i temi della sua poetica, insistendo soprattutto sulle metafore che infestano il mondo e che si sforzano di creare i legami tra le cose (ma che si risolvono inevitabilmente nell’ignoto e nell’inspiegato). L’unica via di fuga sembra quella di «fare una metafora inumana come l’inferno», sennonché il cerchio non potrà mai chiudersi, sarà viceversa costretto a ricominciare da capo.
La trilogia di Spicer è impreziosita dai disegni di Luigi Ontani e si pregia delle traduzioni di Nanni Cagnone, che ha affrontato questo “impervio” compito consapevole del fatto che «tra guizzi solennità gag e capitomboli, lo straniante e mai tedioso Spicer tiene ancora sveglia, cinquant’anni dopo, una seria e trascurata possibilità della poesia». La sua è stata una parabola breve ma intesa, stroncata a soli quarant’anni dagli eccessi dell’alcool. Aveva ragione Cocteau, ci sono artisti che nascono postumi, e Jack Spicer è uno di questi. Riscoperto, apprezzato e celebrato come un pioniere della poesia postbellica, oggi gli viene resa giustizia anche in Italia. Ancora una volta Emilio Mazzoli si distingue per il suo acume di editore, regalandoci una perla che è anche una pietra preziosa, perché le parole – aveva detto Daniil Charms – sono come sassi che possono mandare in frantumi il linguaggio e tutto il mondo.
di alberto zanchetta
I capi della città su fino all’etere
Autore: Jack Spicer
A cura di: Paul Evangelisti
Traduzione di: Nanni Cagnone
Disegni di: Luigi Ontani
Editore: Galleria Mazzoli, Modena
Data di pubblicazione: 2012
206 pagine

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