Data l’eco mondiale raggiunta dall’arte di David Lachapelle (Fairfield, Connecticut, 1963), ogni suo libro costituisce un evento. Il nuovo Heaven to hell è un enorme e lussuoso libroggetto racchiuso in un cofanetto. Come i due precedenti libri-molosso del fotografo statunitense, costituisce una sorta di antologica in contemporanea mondiale. E quello del libro-oggetto è un livello di comunicazione propriamente Pop, ancor più adatto a Lachapelle delle esposizioni “concrete”.
Con Heaven to hell, Lachapelle raggiunge una poetica talmente efficace da poter essere definita compiutamente warholiana. In effetti, guardando queste ultime serie, assistiamo ad uno scarto netto. Le grandi star (fra le tantissime: David Beckham, Courtney Love, Tobey Maguire, Jeff Koons, Red Hot Chili Peppers) non sono più celebrate con allestimenti fotografici costruiti intorno a loro. Piuttosto, vengono utilizzate alla stregua di oggetti. (Vi dicono niente Marilyn e Liz, quest’ultima peraltro presente anche in questo libro?) Le star vengono deturpate, disumanizzate, decontestualizzate. È tolta loro la possibilità eventuale di lamentarsi per questo trattamento: il fotografo potrebbe rispondere che, in fondo, non ha fatto altro che trattarle come avviene quotidianamente sui giornali, in tv e persino nel cinema deartisticizzato. Ed è proprio così: Lachapelle aggiunge solo il meccanismo della parodia, applicato con ferocia, indifferente a tutto. Lachapelle opera sulle star quello che potrebbe essere definito il corrispettivo Pop del Situazionismo.
Altro elemento eclatante sono le molte scene composite ch
La Pop Art si compiaceva -o fingeva di farlo- del fenomeno stesso che criticava. In Lachapelle quest’atteggiamento è scomparso, per lasciar posto a una sorta di “fase etica”. L’unico compiacimento è per l’estetica messa in opera che, difficile non convenirne, è davvero notevole. L’unico elemento che confuta questa sorta di critica sociale popista è la sessualità. Ogni e qualsiasi oggetto usato da Lachapelle è erotico. Ogni singolo pixel è rivestito di sensualità: i protagonisti delle foto rispecchiano l’eccitazione dello spettatore, forse condividendo la sua eccitazione, forse scimmiottandolo. Piuttosto che un ammiccamento, questo sfruttamento generalizzato della sessualità (o sfruttamento della sessualità generalizzata) va considerato un valore aggiunto. Insegna Warhol: “Pop is about liking things”, e la sessualità è la “cosa” più rilevante della politica visiva attuale.
E intanto una grande mostra di Lachapelle a Palazzo Reale di Milano è stata annunciata per il prossimo autunno dal vulcanico assessore Sgarbi.
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