Arte orientale e arte occidentale si sono incontrate e scontrate nel corso dei secoli, allontanate e avvicinate inconsapevolmente, fino a instaurare un dialogo duraturo. Caroli ricostruisce questa fitta trama di divergenze e sottili rispondenze a partire dalla caduta dell’Impero Romano. In Occidente prevale una cultura figurativa erede del verismo romano, nell’Impero Romano d’oriente il pensiero figurativo evolve in modo totalmente diverso. La cultura bizantina è ieratica, astratta, rarefatta fino all’iconoclastia.
Iconoclastia e attrazione per le immagini scolpite o dipinte -Caroli parla di iconofilia– sono i due poli fra i quali si snodano i primi capitoli del libro. Muovendosi da ovest verso est s’incontrano le civiltà iconoclaste del medio oriente, Islam e cultura ebraica -iconoclaste, sì, ma con le dovute differenze- poi le “gigantesche, strepitose tradizioni iconofile del mondo asiatico” in India, Cina e Giappone. La descrizione delle civiltà artistiche e di alcune delle opere più significative che hanno prodotto è accompagnata da una manciata di notizie sulla storia, le credenze religiose, l’insieme di idee che si potrebbe definire ‘filosofia della vita’. Perché la storia delle immagini è strettamente connessa al contesto culturale, sociale e religioso.
L’analisi si sofferma più a lungo sull’arte occidentale e sui rapporti con Cina e Giappone. Nel ripercorrere la storia dell’arte occidentale, Caroli ripropone la tesi esposta in un libro precedente, Le tre vie della pittura: i tre “primari che […] hanno guidato il moderno “pensiero in figura” occidentale […] sono a partire dal Quattrocento la luce e l’anima, cui si aggiunge a partire dal Settecento il racconto. […] Questi “primari” sono sottoposti ad un “a priori” che è la prospettiva.”
Su questi quattro elementi si gioca il confronto tra oriente e occidente. La rappresentazione della luce e la pittura come racconto sono interessi comuni, le soluzioni sono diverse, ma il confronto tra oriente e occidente è possibile. La rappresentazione prospettica e l’anima, la linea introspettiva della pittura, sono invece caratteristiche specifiche dell’arte occidentale. Perché? Caroli fornisce la sua spiegazione: “Solo l’occidente ha affidato originariamente la propria rappresentazione della realtà alla prospettiva lineare”, perché solo l’uomo occidentale si sente “altro” dal mondo e avverte l’esigenza di misurarlo e conoscerlo razionalmente. La pittura orientale non inventa la prospettiva perché non ne sente la necessità. Uomo e natura sono fusi in un’unica, armonica unità, il che consente all’arte orientale “un senso perduto e rappacificato della natura che sarà probabilmente negato per sempre all’anima occidentale”. Così come solo l’occidente “ha avuto la volontà o la possibilità di tradurre in immagini la disperazione dell’anima”. Anche qui la motivazione è da ricercare in una diversa visione del mondo. Può sembrare una spiegazione un po’ semplificata, ma non si può negare che abbia un grande fascino.
Dal XVIII secolo, gli incontri s’intensificano e le divergenze cominciano ad attenuarsi. Sappiamo tutto di come gli impressionisti prima, Van Gogh e Gauguin poi, siano rimasti incantati dalle stampe giapponesi. Il XXI secolo si è aperto all’insegna di una crescente uniformità. Da un lato l’arte informale -“per l’arte orientale un approdo inevitabile”- diffusa su tutto il pianeta; dall’altro l’omaggio frequente dell’arte cinese soprattutto alla Pop Art americana.
Allora ci rimane un dubbio: se la diversità era conseguenza di un diverso modo di pensare il mondo, il convergere degli stili può indurre a credere che anche le idee si stiano avvicinando? Oppure l’arte viaggia in anticipo sulle idee? O invece è una fascinazione reciproca dovuta alla diffusione planetaria delle immagini, che non va oltre la somiglianza formale? Aspettiamo la risposta di Flavio Caroli, magari nel prossimo libro.
antonella bicci
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