Ricordando una Maddalena dipinta dal Correggio (Antonio Allegri, Correggio 1489?-1534), El Greco scriveva: “Questa è l’unica figura della pittura”. La fama del pittore emiliano tra XVI e XVII secolo fu grande, ma problematica. Ammirato dagli artisti e ricercato dai collezionisti, la sua fortuna critica stentava ad affermarsi. Sembrava che i critici, da Vasari -che lo lodò con molte riserve e grande superficialità– in poi, non riuscissero a trovare gli strumenti metodologici per trattare in modo sistematico la sua pittura.
Maddalena Spagnolo ricostruisce le fila della fortuna critica di Correggio tra il 1528 e il 1657 “per comprendere quale ruolo avesse la lezione del Correggio prima del suo tanto decantato revival barocco” e indaga il perché del difficile rapporto con la critica d’arte, spigolando fra “testi e opere d’arte, tra scelte degli artisti e predilezioni dei collezionisti”. Una ricerca accurata che unisce l’analisi dei più vari testi scritti a quella delle testimonianze figurative (le opere dei pittori che si ispirarono allo stile di Correggio, a conferma del successo e del fascino esercitato dalla sua arte). I risultati sono presentati suddivisi per periodi e zone geografiche (Mantova, Parma, la Spagna, Roma) e Spagnolo illustra in modo chiaro ed efficace la diffusione dell’opera dell’Allegri tra artisti e letterati, le piccole corti e la potente Roma papalina.
Di Correggio si apprezzavano il linguaggio degli affetti, la capacità di coinvolgere emotivamente lo spettatore, la tenerezza e la piacevolezza delle figure. Grandi lodi erano rivolte al suo modo di “toccare i colori” (Vasari), mentre maggiori riserve suscitava il disegno. Una pittura che parlava ai sensi prima che all’intelletto, che affascinava ancor prima di convincere razionalmente. “L’elogio della sua arte si articolava intorno al binomio colore e grazia, due concetti che appartenevano al dominio dei sensi e del diletto”, difficili da trasformare in strumenti oggettivi per la costruzione di una nuova critica d’arte, che si distaccasse dalla dittatura vasariana del primato del disegno.
Tra le righe anche una storia della critica d’arte, della difficoltà di trovare una metodologia critica, un metro di valutazione
Senza essere una vera monografia sul Correggio –ne esamina infatti solo la fortuna critica- il testo evidenzia l’importanza che la sua pittura ebbe per le generazioni successive. Grazie a lui “la Lombardia aprì gli occhi” (Vasari) e a Roma il pittore emiliano rappresentò una via alternativa al naturalismo caravaggesco, un importante “punto di riferimento per quegli artisti interessati a mantenere un linguaggio dolce e delicato anche entro il genere notturno, che invece a Roma a partire dalle prime importanti commissioni di Caravaggio veniva sempre più spesso inteso e declinato nelle sue potenzialità drammatico-espressive”. Per descrivere l’ambiente artistico di Roma nel primo Seiecento, Spagnolo suggerisce quindi, accanto alla consueta antitesi Carracci-Caravaggio, l’interessante Correggio-Caravaggio.
Ottavo quaderno della collana promossa dalla Fondazione “Il Correggio” (diretta da Giuseppe Adani), il volume è scritto con uno stile agile e sempre chiaro, ricco di notizie e proposte; il testo è accompagnato da molte immagini di ottima qualità e da un’ampia bibliografia.
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