L’incontro fra una disciplina giovane come la sociologia ed una antica quasi come l’uomo –l’arte- si rivela molto fecondo. La sociologia trova nell’arte un ottimo campo di applicazione, mentre l’arte riceve utili nozioni circa i propri meccanismi interni.
La prima fase della sociologia dell’arte rappresentava ciò che l’autrice Nathalie Heinich definisce una “estetica sociologica”, e indagava i rapporti tra l’arte e la società, intese come entità separate; di questa generazione fanno parte anche gli importantissimi studi della scuola di Francoforte, comprendenti le riflessioni, oggi fondamentali, di Walter Benjamin sulla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte e sulla conseguente perdita dell’aura.
La seconda generazione di sociologi dell’arte si interessa all’arte nella società, dando corpo così a una “storia sociale” dell’arte che immerge opere ed artisti nel proprio contesto economico, sociale, culturale e istituzionale, utilizzando metodi più empirici e staccandosi dalle correnti ideologiche.
Ma è la fase più recente di questa disciplina quella che produce i risultati più interessanti, utilizzando, a partire dagli anni sessanta, i metodi moderni di indagine empirica –come statistica, interviste e osservazioni sul campo- per indagare l’arte come società. L’arte stessa è un microcosmo sociale in cui si svolge un intreccio di relazioni fra artisti, opere, mediatori, pubblico ed istituzioni.
La Heinich dedica la maggior parte del volume ai risultati ottenuti da quest’ultima generazione: ognuno dei protagonisti del mondo dell’arte (compreso il pubblico degli appassionati) può trovare illuminanti delucidazioni sui meccanismi che regolano il proprio ruolo.
Fra gli studi citati, quello della stessa Heinich sulla fortuna critica di Van Gogh, quello sulla trasformazione del curatore in “autore di mostre” e quello sul ruolo del critico nel determinare la fortuna di un’opera.
La questione che torna spesso in superficie è l’analisi dei meccanismi che assegnano o negano la qualifica di opera d’arte ad un “manufatto”. In un recente volume di Nigel Warburton l’estetica ha fallito ancora una volta nel tentativo di definire cosa sia un’opera d’arte: la sociologia dell’arte, partendo da questioni pragmatiche, non cerca di stabilire cosa sia arte e cosa no, ma fornisce elementi utili per capire i meccanismi che ‘fanno’ l’opera d’arte.
Nonostante il libro sia costituito solo da una veloce rassegna dei principali studi compiuti nel campo, il lavoro della Heinich risulta essere una raccolta preziosa di spunti per approfondire i temi che più interessano. Aiutano in questo senso le schede inserite nel testo in cui l’autrice riassume criticamente -arrivando anche a decostruire l’intoccabile Benjamin- alcune delle ricerche citate.
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stefano castelli
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