Una riflessione sull’arte e sul suo sistema, a partire da una circostanza inaspettata. Romanzo di formazione, saggio sull’industria della cultura, meditazione estetica, memoir, “Uccidi l’unicorno” è il primo libro di narrativa di Gabriele Sassone, classe 1983, docente di Critical Writing alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti. Tutto inizia da una conferenza da preparare nel giro di una notte, su un tema più grande di una casa: “L’arte ai tempi dei social media”. Come sarà andata? Ce lo racconta lo stesso autore, in questa intervista.
“Uccidi l’unicorno” racconta, in maniera dichiarata ma senza fare nomi, molti dei “vizi” delle professioni dell’arte; parli anche di “un’arte media”, della volontà di esserci sempre e comunque, e di quei personaggi “bassi” e un poco “potenti” che fanno parte di tutte le corti lavorative, ma di quelle dell’arte un po’ di più…ci racconti come è nato questo romanzo sull’arte?
«Per raccontare tutte queste cose, ho dovuto innanzitutto situare il mio sguardo. Maturare una prospettiva. Ci sono voluti circa cinque anni. Il vero lavoro di scrittura, per quanto mi riguarda, è collezionare materiali e poi disporli. Così ho passato in rassegna ricordi privati, resoconti di amici e colleghi, testi di teoria d’arte, cataloghi, fantasie personali e un sacco di altre informazioni per riuscire a trovare un incastro. Nelle mie intenzioni c’era il desiderio di rappresentare lo scavo interiore del protagonista (un insegnante d’arte quarantenne, appena diventato papà ) all’interno di questo sfrenato e grottesco bestiario culturale. Immagina Duchamp a braccetto con un pittore costretto a lavorare in copisteria, Beuys che insegue un artista vittima dei social network, Pollock che fa da spalla a un artista vagamente omofobo, mentre il protagonista fa i conti con tutto ciò che ha sacrificato pur di diventare un adulto. Ecco, Uccidi l’unicorno è la cronaca di una rivolta impossibile».
Nel libro, prendendo spunto dall’incarico dell’ultimo minuto che riceve il protagonista, fai un excursus di immagini. Le immagini, oggi, ci hanno travolto, spesso sostituendosi alla realtà . Che modo abbiamo per arginare l’invasione?
«Posso dirti come cerco di fare io: opponendo una resistenza, anche minima, alle forme di rappresentazione. Innanzitutto a quelle che riguardano la propria rappresentazione verso l’esterno. Vista la mia totale assenza dai social network, sono cosciente di perdere tanti treni. Sono cosciente che questa scelta diminuisca il mio “potere contrattuale” e quello del mio lavoro; ma da un lato non saprei come intrattenere quell’enorme platea di semi-sconosciuti che sono i follower o “gli amici di Facebook”, probabilmente mi renderei soltanto ridicolo, e dall’altro lato non avrei tempo per fare la cosa che amo di più (dopo il papà ), e cioè studiare.
Separarsi dalla realtà è l’ennesima forma di lavoro».
“La persona comune diventa un artista quando dimostra la sua virilità ” è un passaggio che colpisce, e allo stesso tempo il “correre dentro la ruota” con la giovinezza che torna per ucciderti. Ci racconti questi due momenti, decisamente fondamentali, quando si parla di “creatività ” in generale, che sempre pare avere a che fare anche con la sindrome di Peter Pan?
«La prima frase che citi, ovviamente, è una provocazione. In ogni capitolo mi servo di questo tipo di formule per dimostrare, sulla falsa riga dei manuali, che trovo assurdi, quanto sia impossibile definire che cosa sia un artista e, soprattutto, come quest’ultimo si differenzi da una persona comune. Per esempio, che senso avrebbe chiedermi: Gabriele, tu quando sei diventato uno scrittore? Quando hai imparato l’alfabeto o quando hai pubblicato il primo pezzo? Quando ti hanno presentato così, in qualità di scrittore, o quando hai iniziato a insegnare? Io potrei risponderti che lo sono sempre stato e non lo sono ancora diventato.
Il titolo del libro, “Uccidi l’unicorno”, presuppone un atto crudele verso se stessi. Quante cose ognuno di noi ha sacrificato nel momento in cui è diventato adulto? Prima di scrivere me lo sono chiesto, ho fatto una lista, e ne sono rimasto sconcertato. Voltandomi indietro ho capito di aver perso molte, moltissime cose, e inoltre ho capito che la strada su cui continuo a correre ha la forma di una ruota. Io mi illudo del suo sviluppo lineare mentre, nei fatti, ficco i piedi sempre nelle mie impronte, lasciate chissà quando. Tu hai mai la sensazione che le cose si ripetano per lievi variazioni? Io sì. E per rompere questa circolarità ho provato a organizzare il tempo in maniera diversa, per frammenti, per ipotesi, per contraddizioni. Ho smontato la mia vita, e la vita di tutte le altre persone coinvolte, per dimostrare quanto poco senso abbia questo affannarsi. Scrivere mi aiuta a recuperare tutto ciò che sento di aver perso».
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