Edito da LetteraVentidue Edizioni, il nuovo testo di Valerio Paolo Mosco – Kitsch. In architettura – parte di un progetto più ampio su diversi temi dell’architettura, illustra la storia del Kitsch.
Valerio Paolo Mosco, laureato in architettura a Roma (1992), con dottorato di ricerca in progettazione architettonica (2005-2008), è già autore di diversi libri sull’architettura. Presenta quest’anno Kitsch. In architettura, parte di una collana che già vede pubblicato Frugalità. In architettura (2022). I temi presi in considerazione in questa collana non sono specificatamente architettonici, bensì estetici, nel senso che coinvolgono contemporaneamente diversi campi espressivi. Sette temi (frugalità, kitsch, fragilità, stilizzazione, convenzionalità, nudità e manierismo) sono analizzati e utilizzati come dispositivo per comprendere la nostra epoca, il suo gusto, le sue aspirazioni e anche inevitabili frustrazioni. Il kitsch è parte integrante e strutturante la nostra civiltà, lo è nella vita pubblica come in quella privata. Nella contemporaneità appare in forme più deboli, subdole e sfuggenti, ben diverse da quelle chiassose del passato. Il tempo lo ha addomesticato e trasformato durante la storia nonostante esso tenda sempre a una figuratività eccessiva, fuori misura, che scivola quasi nel grottesco. Mosco illustra alcuni antidoti al kitsch, ad esempio l’astrazione, lo straniamento, la nudità. Oggi il kitsch più interessante ha decisamente meno a che fare con le sue espressioni passate. Per comprendere le nuove forme di kitsch è necessario prendere in considerazione un fattore importante e contemporaneo: l’inflazione. A causa della sua produzione massificata iniziata con la globalizzazione, l’oggetto (o l’edificio), perde valore in quanto non è più considerato dal mercato appetibile come prima.
«Alcune questioni che riguardano l’estetica non sono risolvibili», afferma l’autore, «non possono giungere ad una definizione condivisa. La bellezza, innanzitutto, ma anche il suo opposto, la bruttezza. Ancor più difficile è il giudizio sul kitsch e lo è specialmente per quel che riguarda l’architettura. Il tempo infatti trasfigura costantemente ai nostri occhi il paesaggio costruito. Esso è clemente con l’architettura: l’occhio si abitua all’edificio kitsch, lo rende, come scriveva la Sontag, divertente, ovvero camp. Poi l’ex edificio kitsch scivola nel vintage, dove viene riciclato agli occhi del buon gusto che quasi non si accorge della trasformazione. Il kitsch è un’invenzione della modernità, ma la stessa modernità con le avanguardie ha messo a punto gli antidoti contro di esso: l’astrazione, lo straniamento, l’accostamento surreale e con essi qualunque tecnica capace di tenere distanti il segno dal significato. Compito del kitsch, infatti, da sempre è quello di far coincidere forma e significato in un unicum consolatorio e di facile apprezzamento. Una cosa è certa: il kitsch è didascalico e l’avanguardia ha cercato di combattere con tutti i mezzi ciò che era didascalico e sentimentale. Con l’avvento della postmodernità anche l’avanguardia ha prestato il fianco al kitsch che si è trasformato in un virus capace di attaccare qualunque cosa, non solo in architettura. Possono essere giudicati oggi kitsch alcune espressioni di minimalismo ostentato e manierato o all’opposto alcune prove dell’architettura design che mimano l’avanguardia volgarizzandola, nascondendo dietro la presunta novità una natura del tutto regressiva. Oggi due kitsch convivono insieme: quello pop e trash, diventato ormai un classico ben riconoscibile, e quello più subdolo a bassa intensità, quello della forma inflazionata, capace di travestirsi persino da buon gusto.»
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