Donatella Di Pietrantonio si aggiudica il Premio Strega 2024 con il romanzo edito da Einaudi L’età fragile, già vincitore dello Strega Giovani. Una doppietta che dice molto. In un periodo storico in cui aumentano gli scrittori ma diminuiscono i lettori, l’autrice infatti è in grado di registrare vendite straordinarie, fin dall’esordio con Mia madre è un fiume, seguito da Bella mia, il fortunatissimo L’ Arminuta, Borgo Sud, e naturalmente L’età fragile.
Il romanzo, che definirei esistenziale e generazionale, è ambientato nel presente ma racconta, in una serie di sapienti flashback, un passato doloroso e tinto di giallo, un duplice femminicidio ispirato a un fatto realmente accaduto in Abruzzo sulla Maiella circa trent’anni fa, trasposto sul Gran Sasso al Dente del Lupo, agganciandosi a un’attualità tristemente nota legata ai numerosi episodi di violenza sulle donne (è un caso che il libro sia uscito lo scorso novembre in concomitanza con l’assassinio di Giulia Cecchetin). La fragilità è narrata in ogni suo aspetto, legata alle tre età della vita, tema già affrontato nel Novecento dal pittore Gustav Klimt: la giovinezza, rappresentata da Amanda (“Eravamo giovani, ma non invincibili. Eravamo fragili”), la mezza età, la voce narrante e alter ego dell’autrice, Lucia, e la vecchiaia, il padre Rocco. Di Pietrantonio è figlia di un patriarcato appartenente alla generazione di mezza età ma che è ancora presente, soprattutto nel centro Sud Italia, e che si porta dietro un senso di colpa. Scandagliato ultimamente nella letteratura e nel cinema, da Michela Murgia a Paola Cortellesi, ma anche nell’arte, dall’iraniana Shirin Neshat all’afgana street artist Shamsia Hassani, il patriarcato di cui parla l’autrice è legato all’educazione della sua terra e a una sorta di accettazione nei confronti di un padre che subisce anche da adulta. I temi comuni trattati sono l’umanità e la disumanità, la maternità e le difficoltà relazionali, l’incomunicabilità del mondo moderno, intima, come i silenzi tra madre e figlia e globale, che abbraccia un periodo storico coincidente con il tempo presente del romanzo, cioè la pandemia e un periodo passato. In fondo circa 50 anni fa anche l’arte aveva raccontato l’incomunicabilità nel docu-film di Mario Schifano Umano non umano. Il libro nella sua circolarità affronta anche la questione della fuga e del ritorno, una fuga per nascondersi, quella dell’ assassino, la fuga di Doralice nel bosco per salvarsi la vita, che accosta il romanzo alla favola, come in Hansel e Gretel abbandonati nel bosco, Pollicino o Biancaneve, e che poi va in Canada per ricominciare, la fuga di Amanda, che è scappata a Milano in cerca di libertà, poi delusa e spaventata anche per un’aggressione subita, quando a causa della pandemia c’è stato l’esodo verso il ritorno alle proprie case e ai propri cari, coincide con un ritorno definitivo, la scelta della protagonista di non aver mai lasciato i suoi luoghi.
Nella scrittura di Donatella Di Pietrantonio, delicata, quasi un soffio, semplice e immediata ma allo stesso tempo potente, che lavora per sottrazione e mescola universo femminile e maschile (le protagoniste, Doralice, la magistrata, Ciarango, Achille e i pastori, il maresciallo) c’è dunque una riconoscibilità che affronta temi personali e collettivi, evocando numerose immagini legate alle tradizioni di un territorio rurale, un entroterra duro, “forte e gentile” come lei stessa è.
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