Categorie: marcheabruzzi

fino al 15.X.2007 | Pop Art | Chieti, Museo Archeologico Nazionale

di - 5 Settembre 2007

Complici inattese casualità, possono ritrovarsi a contatto una fra le rassegne più celebri della vecchia Europa, documenta, e una mostra allestita in un angolo poco battuto della nostra penisola. Distanti non solo geograficamente, ma soprattutto incommensurabili per budget. Quest’ultima questione ne porta però con sé un altro paio: è possibile che Buergel –il curatore di documenta- ci rifili un testo estremamente “smilzo”, mentre Gabriele Simongini, curatore della mostra abruzzese, si sia dato la pena di scrivere una trentina pagine corredate da note a sostegno delle proprie tesi? Perché al Museo Archeologico le opere pop sono allestite con attenzione, considerato il complesso dialogo con i reperti che nelle medesime sale stazionano -in primis il Guerriero di Capestrano- mentre in Germania si assiste all’obbrobrio nello Schloss Wilhelmshöhe? Morale: budget e nomi di grido non sono certo garanzia di successo, e viceversa.
Veniamo alla mostra di Chieti. L’ipotesi di fondo consiste nel sostenere che anche in Italia si può parlare di Pop Art, nel suo legame innegabile con l’omonima d’area anglosassone, e tuttavia non priva di peculiarità. E tuttavia, v’è già una radicale differenza fra la riflessione “élitaria” dell’Indipendent Group e il fitto programma messo in atto dalla Factory warholiana. A maggior ragione, non si possono sottovalutare da un lato le differenze di sviluppo socio-economico che rendono incomparabile l’Italia dei primi Sessanta con gli States coevi, dall’altro le differenze d’intenti che gli artisti italiani presi in considerazione testimoniano con le loro opere, sia considerandoli come “blocco” che, ancor più, analizzandone le peculiarità singolari. Ne deriva il rischio implicito in ogni utilizzo “decontestualizzato” di una categoria, com’è avvenuto innumerevoli volte nella storia della cultura, da “barocco” a “fascismo”. Allo stesso modo, le differenze e le specificità rendono inevitabilmente ambigua l’espressione “Pop Art”. Si pensi anche soltanto all’interpretazione che ne fornisce Piero Gilardi nel breve testo sul catalogo stesso della mostra, ossia che quel gruppo non solo romano di artisti nostrani fosse apparentato innanzitutto col Nouveau Réalisme.
Detto ciò, la rassegna si apre con un pezzo di grande impatto, la Natura modulare (1966) di Gino Marotta, allestito nella hall del museo e colpito da una luce che ne avvalora il rigore, grazie anche alle sculture greco-romane che l’attorniano. Ancora al pianterreno, una prima sala svolge il compito d’omaggio a Mimmo Rotella, con lavori che risalgono fino a un décollage del 1955, Impatto, passando per la mec-art di Terror (1968) e chiudendosi con una tela del 1973, La Chanteuse. Lavori di buon livello, considerando la difficoltà nel barcamenarsi in una produzione enorme e talora percorsa da dubbi relativi a datazione e affidabilità. Le altre sale, in un itinerario che coinvolge anche il primo piano dello stabile, in alcuni casi sono più disomogenee, vuoi per il livello delle opere, vuoi per la difficoltà di interpretare alcuni dei temi scelti dal curatore per identificare le sezioni della mostra. Si oscilla dunque fra il notevole Schermi, con Pascali -i cui lavori provengono tutti dalla collezione di Daniela Ferraria, di piccole dimensioni, ma non per questo meno interessanti, come il Cosacco del 1962-63, un inchiostro su acetato- e la celeberrima Tasca del generale (1962) di Fabio Mauri.

Da segnalare altresì la sezione Emblemi d’autorità, con una doppia accoppiata di opere firmate da Sergio Lombardo (le silhouette dedicate a John F. Kennedy e a Nikita Krusciov, entrambe del 1962) e Franco Angeli (con lo Half Dollar del 1966 e lo straordinario Stemma pontificio di due anni prima). Più sottotraccia le proposte di Gianni Bertini, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto e Mario Schifano, e appena più in alto si collocano quelle di Tano Festa, in particolare il Celeste blu n. 1 del 1966, uno smalto su tela che con il solo utilizzo di due “colori” riesce a restituire un dialogo fra luce e ombra degno d’un panneggio classico.
Non arriviamo a dirvi di arrivare sino a Chieti per visitare la rassegna. Ma se siete nei paraggi la mostra vale la deviazione. Se non altro per premiare un’iniziativa curatoriale rigorosa e appassionata. E per vedere il tornito Guerriero.

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dal 6 luglio al 15 ottobre 2007
Pop Art: la via italiana. Omaggio a Mimmo Rotella
A cura di Gabriele Simongini
Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo
Via Villa Comunale 2 – 66100 Chieti
Orario: 9-20, chiuso il lunedì
Ingresso: intero € 4; ridotto € 2
Info: tel. +39 0871403295; fax +39 0871331668; mail info@associazioneculturaletrifoglio.com
Catalogo in mostra


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