Dopo il concettualismo iperbolico di Zak Manzi alla galleria Marconi di Cupramarittima si respira un clima di ritorno all’ordine, dalla discussione sulla validità e la funzione dell’arte si torna ad una poetica più intimistica ed interpretativa con Marco Memeo. Nel ciclo I pesci abboccano se non amano tornano quindi a regnare le emozioni attraverso dipinti tecnicamente perfetti, vibranti e suggestivi nella loro semplicità.
È la grande città, la metropoli industriale, ad essere oggetto d’indagine dell’artista, che attraverso un’analisi precisa ed attenta la riduce alla sua struttura primaria d’insieme di forme. La periferia urbana è nelle sue opere un non-luogo, un coacervo di moduli, perlopiù senza continuità stilistica, fuori dallo spazio e dal tempo, con cui la gente si confronta in maniera distratta; come egli stesso afferma: “Priva di tradizioni, costituita da elementi architettonici modulari, freddi, ripetitivi, e che privilegiano l’aspetto funzionale, la periferia è vissuta distrattamente, semplicemente utilizzata, luogo da attraversare e, per chi ci abita da sfuggire o da maledire con tutta la sua distesa di cemento, metallo, catrame.”
Grattacieli, palazzi in costruzione, cantieri aperti e gru rivolte al cielo diventano quindi oggetto di rappresentazione, e soprattutto, simboli del nostro vivere contemporaneo.
Le immagini sono perfette nella loro semplicità, sono inquadrature fotografiche dipinte ad olio in maniera magistrale, dove le piccole distorsioni e le sfocature unite alla totale assenza di umanità contribuiscono a rendere quell’effetto straniante e quasi metafisico caratteristico della sua ricerca.
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