Il 27 ottobre del 2004 Daniele e Mina Cavalli donarono alla Città di Senigallia 179 fotografie, dando luogo alla più grande raccolta pubblica dedicata al padre, Giuseppe Cavalli. Una donazione e una mostra che confermano lo stretto legame tra il fotografo e la città dove trascorse la maggior parte della propria vita, e dove creò, nel 1954, il gruppo Misa, scuola in cui si formò anche Mario Giacomelli.
Attraverso le sale del cinquecentesco Palazzo del Duca si dipana un interessante percorso attraverso circa venticinque anni di lavoro di uno dei maggiori sostenitori dell’indipendenza estetica della fotografia. Nato nel 1906, incomincia a fotografare nella metà degli anni Trenta per poi scomparire nel 1961. Un periodo forse breve ma intenso, di cui rimangono migliaia di scatti che rappresentano una testimonianza straordinaria della sua riflessione estetica. Un fotografo colto, che accoglie, facendole proprie, in una particolarissima riflessione estetica, le istanze tipiche di un periodo artisticamente complesso. La bambola cieca (1938), forse una delle immagini più famose di Cavalli, con la sua dimensione metafisica, la mode
Così scrive Angela Madesani, analizzando le nature morte e in particolare una delle più famose, La pallina (1949): “in questa pallina, posata su un muretto, ci sono la storia dell’arte italiana, le geometrie rinascimentali, i valori plastici, Morandi, ma anche le atmosfere astratte del nuovo verbo informale che si stava affermando”.
È la storia a correre lungo le pareti. Una storia fatta di attimi rubati all’intimità delle persone ed alla fecondità del paesaggio. Immagini piene di poesia, fortemente liriche che danno il senso della ricerca e della meditata contemplazione di ciò che ci circonda.
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è un fotografo bravissimo, misconosciuto ai più