Allâinterno del programma espositivo di Leggere il â900, Stefano Tonti propone una serie di appuntamenti destinati ad approdare in Ottobre nella prestigiosa cornice della Mole Vanvitelliana di Ancona. Questa mostra, bene presentata da Mauro Pratesi, è stata ideata per essere rappresentativa di quelle esperienze neofigurative di volta in volta dalla critica etichettate come Anacroniste, Colte, Citazioniste ; insomma che risulta rappresentativa di quel pensare lâarte come nomadismo culturale, errante ed eretico storicismo nel quale coabitano antiche reminiscenze e contemporaneitĂ , la storia con il qui ed ora denso di memoria. Risulta dunque piacevole osservare nella piccola sala, la convivenza frontale del toscano profetico Roberto Barni con il mago-fanciullo Luigi Mainolfi. Il primo fa sentire la sua presenza con una tela recente, forse la propria, ennesima affermazione di resurrezione, dove allâorgiastica voluttĂ degli anni â70/â80 sostituisce una pacata, problematica riflessione interiore. Mainolfi viene qui inserito ma risulta essere artista irregolare, tra i piĂš liberi e sorprendenti, il nomadico per eccellenza. Infatti, speculare allâopera di Barni, brilla dâarcaica potenza la sua CittĂ dâoro dallâepidermide arancione di una regolaritĂ rugosa, occultante profonditĂ seducenti, misteriche. In lui vive una fredda primarietĂ scaldata però da una continua combustione immaginativa di un forte temperamento, il suo, che vive lâarte come magia, come senso antico, mitico dellâabitare.
Poi troviamo presenze marchigiane quali Bruno DâArcevia ed i suoi angeli-demoni dalla malizia pontormesca, risucchiati in cadute libere da pesantezze gravitazionali incapaci però di annullare i colori ghiacciati e splendenti, e Ubaldo Bartolini che, dai divertissement, dallâironia del periodo concettuale, approda, con le recenti opere qui in mostra, ad unâidea dâarte come figurativitĂ raggelata, piena eppure immobile, come magica irrealtĂ settecentesca. I suoi paesaggi vivono dâincontri eterni, solitari, fatti di silenzi. E di silenzi vivono anche le opere dellâemiliano Omar Galliani che vede lâarte come discorso sullâarte, ponte atemporale dove passato, presente e futuro si fanno un unico, enigmatico tempo, decifrabile solamente da nuovi santi, mistici in continuo trascendimento. Una nota particolare merita anche il piccolo lavoro di Stefano Di Stasio dove toni metafisico-espressivi rilevano inquietanti premonizioni, minacce dallâoggi meccanizzato e tecnoide.
Un invito alla riflessione che, nei contenuti, non è poi di molto differente rispetto a quello che ci propongono le opere di Paola Gandolfi e di Andrea Granchi, dove lâironia si fa amara e lâartista-eroe diviene oggigiorno possibilitĂ , ricerca meramente ludica di una condizione però necessaria, da rincorrere anche se nello spazio di unâutopia.
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mostra visitata il 22 maggio 2004
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