Prosegue la programmazione della stagione espositiva per l’anno in corso alla Galleria Alidoro di Pesaro. L’oculato monitoraggio del panorama contemporaneo, che si snoda attraverso le mostre di giovani artisti operanti in campo internazionale, incontra l’estetica post-industriale del quotidiano proposta dalla pittura fotografica dell’abile mano di Marco Memeo. Le delicate tele a olio, che rappresentano inediti incisi di terminati discorsi architettonici, si presentano come irreali finestre di una familiare periferia urbana, aperte sulle pareti della galleria. L’affascinante percorso per le strade deserte di una città apparentemente disabitata nella quale la presenza dell’uomo si avverte ancora più incisiva, nasconde in realtà un bisogno tassonomico di raccogliere e codificare quei segni, ormai consueti nei luoghi della nostra memoria, per servirsene ricomponendoli in un discorso dal diverso significato.
L’immagine che in un primo istante si fa paesaggio diviene così oggetto affettivo, espressione di un riscontrato disagio ormai superato di cui rimane soltanto un vivo scolpito ricordo. I volumi scanditi, scultorei e igenizzati dalle polveri malefiche stratificate dal respiro periferico della nostra civiltà, ci trasportano in un’iperrealtà metafisica che inevitabilmente dobbiamo
In questo mutato e dilatato panorama simbolico ognuno può cercare e trovare le proprie risposte. Il disagio finirebbe per metterci a nostro agio affacciati a queste affascinanti finestre, se non fosse per quella luce, quella strana aria di tramonto informatico che ci appare a poco a poco come monito e segnale di attenzione che si pretende crescente. Un freddo campionario cromatico, che finisce per dimostrarsi un facile, ma inefficace anestetico che risveglia inesorabili i colori mancanti ad un ipotetico quanto improbabile “Cielo sopra Torino”.
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