Accostarsi a Luigi Bartolini richiede rispetto. Lo stesso rispetto che l’artista ebbe sempre per le sue incisioni, rare perché eseguite con tirature estremamente limitate e selezionate dall’artista che prima di morire fece biffare circa 1200 lastre. La selezione che la gallerista ascolana Luciana Nespeca propone nel quarantennale della scomparsa dell’intellettuale marchigiano, è attenta e fornisce un percorso che dal Bartolini giovanissimo (le Genziane controluce sono del 1912) arriva fino al Testamento per Luciana, il libro d’artista che fu dedicato alla figlia dal maestro oramai giunto ai suoi ultimi giorni.
Fu egli stesso ad indicare una divisione per i suoi lavori in opere alla maniera bionda e alla maniera nera, sebbene per molti lavori questa categorizzazione possa essere utilizzata non più che come prima e non esaustiva chiave di lettura. A ben vedere è lo
L’autore di Ladri di biciclette (non dimentichiamo che Bartolini fu scrittore e poeta) non perse l’attenzione per i temi quotidiani (le Lavandaie o tre trote), difficilmente distaccò l’occhio dal gusto del paesaggio, specie da quello della sua terra natia (Apologia dei fiumi marchigiani, la strada di Ancona). Allo stesso modo è ricorrente l’utilizzo di tematiche evocatrici (le odalische, i sogni abortiscono) in cui l’eloquenza del tratto dell’acquaforte giunge ad effetti coloristici esemplari e ispirati (il grillo, e su tutte, addio ai sogni).
Non si potrà leggere forse in Bartolini un uso rivoluzionario della tecnica incisoria, ma la ricchezza principale delle sue opere è il recupero della profondità e del significato artistico insite nel lavoro dell’incisore, che non rinuncia, anzi forse si ispira con forza, ad una volontà polemica verso chi scredita l’incisione riducendola a semplice articolo da vendita: i “burini dell’acquaforte” come egli li chiamò. Quelli, insomma, che del rispetto (per l’arte e per l’artista) non avrebbero saputo che farsene.
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