Giunta al potere nelle Marche per opera di due Papi illuminati come Sisto IV e Giulio II, la dinastia Della Rovere conta origini liguri, che vengono presentate a Senigallia insieme alle ultime commissioni dei Montefeltro, come la straordinaria Madonna di Senigallia di Piero della Francesca che torna nella sua dimora originaria dopo secoli passati a Firenze (e ora conservata alla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino): un capolavoro che Maria Grazia Ciardi Duprè Dal Poggetto giudica, nella sua nuova interpretazione critica, come una pièce di carattere intensamente biografico (catalogo Electa). Insieme appaiono alcuni dipinti di Giovanni Santi, padre di Raffaello, una pala del Perugino, un Corale miniato da Bartolomeo della Gatta, capolavori d’intarsio che qui raggiunse il suo apice, il Cristo benedicente del Bramantino e due dipinti di Luca Signorelli.
Ma le due opere prime sono di Raffaello: un aggraziato, per quanto non privo di aspetti drammatici, ritratto di Giulio II, seguito dal raffinato Giovane con pomo, ritratto del giovane Francesco Maria che insieme alla madre protegge il pittore quando questi va a Firenze e poi a Roma, accolto insieme al Bramante e Michelangelo da un Giulio II intento nella renovatio spirituale e politica della Roma rinascimentale.
A seguito dello scontro con Leone X succeduto a Giulio II, Francesco Maria I si mette a servizio della Repubblica di Venezia diventandone gran condottiero. Qui incontra Tiziano, la cui bottega è crocevia di teste coronate e intellettuali dell’epoca. I ritratti dei coniugi rovereschi eseguiti dall’artista cadorino sono esposti a Urbino, insieme al ritratto eseguito da Giulio Romano di Baldassar Castiglione, loro cortigiano coltissimo e fine compilatore del nuovo portamento sociale. Chiudono Girolamo Genga il raffinato regista di tante dimore roveresche e la maniera di Raffaellino del Colle, insieme all’imponente ritratto del Bronzino che mostra il fiero successore Guidubaldo II, committente di un pezzo forte come l’armatura alla romana fatta fare per l’imperatore Carlo V.
Personale, intenso e simpatetico è anche il rapporto con Federico Barocci malinconico pittore di corte, che dipinge molte opere (di cui sette presenti in mostra), fra cui due capolavori come le Stigmate di San Francesco, una delle poche visioni notturne davvero romantiche della pittura italiana, e verso la fine della vita il Crocifisso spirante, che immortala un profondissimo e magnetico paesaggio urbinate: opera simbolo di una doppia malinconica sofferenza, quella del pittore ormai vecchio e quella del suo committente, un Duca che ha perduto l’erede e vede la sua dinastia sul baratro dell’estinzione.
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