“Questa mostra, insieme ad una selezione di dipinti, acquerelli e pastelli, pone l’accento su un particolare momento della ricerca degli impressionisti; quella dedicata alle incisioni e alle tecniche di stampa”. Così Vincenzo Sanfo per presentare l’allestimento da lui curato, in corso nella prestigiosa cornice della Mole Vanvitelliana di Ancona. Esposizione che sembra voler idealmente riprendere quella tenutasi ad Aosta nel 1990, dove tra l’altro Sanfo figurava tra i realizzatori, ma senza averne la medesima coerenza scientifica, la stessa qualità didattica.
Il fatto è che la mostra anconetana rispetta bene la titolazione (I percorsi dell’Impressionismo) con la quale è stata presentata, ma un po’ meno le dichiarazioni programmatiche espresse dal curatore.
Difatti, grazie alla giusta divisione degli spazi espositivi in tre sezioni (precursori – protagonisti – eredi), la mostra pare davvero ripercorrere le tappe di quello che fu un movimento epocale per la sua carica eversiva, per il suo essere capace di proporre un nuovo linguaggio la cui essenza era l’esaltazione emotiva della natura, la mitizzazione della fisiologica innocenza in una sorta di primitivismo panico sussurrato dal plein air.
Vero è però, che sono assolutamente assenti i capolavori. Com’è vero che l’aspetto incisorio, che si vuole didatticamente preponderante, risulta colto solo tangenzialmente.
Perciò si inizia con gioia il percorso perché si fanno dei buoni incontri come quello con L’Etude pour la morte de Sardanapalo (una bellissima e selvaggia prova di Delacriox però appunto in olio su tela) e il freschissimo ma tempestoso paesaggio marino di Courbet (anche questo un olio); poi, si prosegue a fatica nella sezione dedicata ai protagonisti, dove Cézanne risulta presente con un piccolissimo paesaggio su tavola e due acquerelli modesti, e Monet (il protagonista per eccellenza del gruppo che, è bene precisare, non ha mai inciso!) con due, senz’altro non delle migliori, ninfee e due pastelli.
Ma (scandaloso! È proprio il caso di esclamare) tra gli artefici principali l’assoluto assente risulta essere Degas, paradossalmente l’unico del movimento ad incidere tantissimo e a riservare a questa tecnica il primato sulla pittura; l’incisione, sarà lui stesso a dichiararlo, rappresentava infatti una delle sue più grandi gioie di creatore.
Ecco che l’occhio attento, proseguendo il percorso in mostra, rimane oramai deluso nonostante noti piacevolmente parecchie buone acqueforti di Manet (tra le quali una prova per l’Olympia ed un ritratto di Edgard Poe), una bellissima e aurorale Femme de Thaiti di Gauguin, oltre alla presenza massiccia di opere di Renoir. Poi le autentiche emozioni ci vengono riservate solamente da sporadiche intrusioni espositive, talune inspiegabili come il Passage d’une ame di Redon (acquaforte magnifica, vera chicca della mostra ma un po’ fuori luogo), e altre necessarie ed anzi inedite come la foto di Nadar che ritrae Aristide Bruant (chansonnier dell’epoca), facendoci così vivere un piacevole tuffo emotivo-visivo nella moda di quegli anni parigini.
L’esposizione si conclude poi con la sezione dedicata agli eredi dove figura soprattutto Toulouse-Lautrec (guarda caso dipendente della linea dell’assente Degas), che con il suo segno scioltissimo creò un nuovo genere, ed una serie di acqueforti e di lavori su carta non di altissima qualità se non quella, superficiale, di recare la firma di nomi osannati dalla critica (Roualt, Laurencin, Utrillo).
Anche qui, però, la mostra cala di tono facendoci sentire in obbligo di segnalare un altro grande e ingiustificato assente: Georges Seurat.
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