“La vita, l’amore, il viaggio attorno al proprio piccolo centro e poi?…”. In questo verso James Joyce racchiude il senso più profondo del suo Ulisse, il suo essere viaggiatore alla scoperta del mondo, conoscitore instancabile, ricercatore della verità, spinto ad un continuo peregrinare e allo stesso tempo costantemente attratto dal richiamo della patria, della casa, dell’amore. Ed è proprio a questo Ulisse che Giacomo Manzù (Bergamo 1908 – Ardea 1991) dedica molte delle sue opere identificandosi persino con l’eroe omerico, tanto che sua moglie Inge Schnabel ricorda:“Manzù si sentiva Ulisse, l’uomo della perenne ricerca. L’uomo che rischia, che affronta senza paura l’avventura della vita”. Inoltre, proprio come il mitologico eroe Manzù tenne sempre al centro del suo universo proprio l’immagine di Penelope-Inge, punto di riferimento, meta costante, unico approdo sicuro.
Nella mostra organizzata dal Museo Tattile Statale Omero, in collaborazione con lo Studio Copernico di Milano, le cinquanta opere di Manzù, documentano il suo percorso artistico fino al 1990. E non solo. Esse svelano i valori più profondi e le tappe più significative della vita dell’artista, invitando il visitatore ad intraprendere un viaggio, che di stanza in stanza si snoda attraverso gli affetti familiari, il personale senso di religiosità, il gusto per il ludico, le passioni. All’interno della Mole Vanvitelliana, nella studiata penombra dell’allestimento, ci si muove tra opere che sembrano sul punto di animarsi. Tra la fanciullesca furbizia di un David che pare prendersi gioco di chi lo osserva, e tra ritratti e busti le cui superfici bronzee mantengono la morbida modellazione dell’argilla. Opere che sono capaci di restituire una dimensione pittorica alla scultura, rivelando l’influenza del grande Medardo Rosso.
Valenza pittorica del resto non meno evidente nei bassorilievi, tra cui una Deposizione, dagli straordinari effetti chiaroscurali e nel gusto tutto manzuniano, di misurarsi con temi, come la Natura morta, normalmente riservati alla pittura. Non potevano mancare inoltre i Cardinali, tra le sue opere più conosciute e massima concessione all’astrazione da parte di un’artista che scelse di seguire un personalissimo percorso artistico, lontano dalle avanguardie.
Il particolare allestimento curato dall’architetto Massimo Di Matteo e le luci che illuminano come lampi le scultore, se non privilegiano una lettura a tutto tondo riescono invece a creare la giusta dimensione evocativa, cercando soprattutto di suggerire una graduale scoperta delle opere, in accordo con la possibilità di lettura tattile offerta dalla mostra e dal personale del Museo Omero.
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